15.1.14

La regola Moburg

Al risveglio avevo questa strana pressione fra le tempie. Come se una tonnellata di mistura assassina a 470° fosse in qualche modo penetrata fra le circonvolute insenature degli spazi molli del cervello, e se ne stesse li, a bruciare, indisturbata.
La prima cosa che mi venne in mente, era un pensiero ben netto. Tutta la serie sfumata del dormiveglia si era stemperata in una pappa acida e fastidiosa, solo le punte avanzate, solide ed affilate della speculazione resistevano all'erosione.
Il pensiero in questione mi era noto, non era la prima volta che tornava a visitarmi, penetrando la superficie della coscienza con l'aria di fregarsene del disturbo arrecatomi.
Diceva: "Essere umani è una condizione provvisoria, soggetta a variazioni. La libertà non è scontata. Così come sarebbe un azzardo definirmi umano."
La mia reazione fu quella solita: biascicando ripetei come un mantra "merda", la parola fecale che è insieme supremo sprezzo ed asserzione di presenza, offesa e fetore ed orgoglio.
Mi trascinai in cucina, faticando non poco. I pochi rimasugli della sera prima sapevano di carbone. "merda".

La decisione di smettere di esistere per un po', coadiuvata dall'influsso dei calmanti e delle vitamine, mi ridusse presto al silenzio. Meglio così.
"Non si può comporre e decomporsi allo stesso tempo, se non si ha la stoffa sufficiente.
E quella non te la servono in nessuna bettola del pianeta."
Così disse Moburg. Così è.