29.8.10

Appunti

Uno specchio. Il mio piccolo specchio deformante.
Sorridi per ricevere in cambio un ghigno senza capo nè coda, l'apertura dentuta dell'universo in ogni direzione. Orribile.
Uno specchio. Il mio piccolo specchio informale.
Così per ridere, guardaci dentro, guardati da fuori, più fuori di ogni altro sguardo.
E adesso basta.
Chetticredi, che io non ci provi per nulla? Che ogni istante non sia un arrancare sempre meno convinto. Che non sia ammalato anche io della stessa astrazione che disprezzo?
Dico: Non Esistono Le Persone. E roteo gli occhi, io, io, io. Sempre un mestesso al buio, sempre un mestesso giù dal dirupo. A proiettarsi più largo e più lungo sugli spazi cerulei dell'alba. Tiè.
Autoaffermazione, automutilazione, autoriferimento.
Vaffanculo, chetticredi?
Che sia facile?

E' FACILE.
Basta non pensare, farlo e basta. Infilarsi pantaloni al mattino senza pensare a tutte le altre volte. Sbloccare possibilità. Forse l'Irlanda mi ci vorrebbe.
Occhiali scuri, senza pensare a nulla. Così sembro più serio, e posso storcere la bocca.
Camminare per strada, metà paralisi, metà fastidio, metà empatia, metà disequilibrio.
E non pensare.
A che cosa servono gli specchi?

Non ti illudere, fratellino. Non sono mai stato più saldo sui piedi.

15.8.10

Dawn

Cercatori d'oro con le sinapsi consumate dalla follia setacciano flussi di coscienza, tirano fuori dalle abizzali profondità di quello che ti piace chiamare inconscio giganteschi grumi traslucidi di significato. Quasivivi. Buoni alla griglia.
Il loro tempo, il tempo dello scandaglio e della rete è quasi finito. Il tempo amaro, il tempo dei sussurri, finirà presto.
Sulle rive dell'Oceano, con il vento che ci gratta via la pelle, aspettiamo che venga giorno.
Sull'acqua, le urla di gioia sembrano uguali ai lamenti del soffocamento, l'estasi suona liquida come l'agonia.
"in fondo, è una questione di riverbero"
Niente è chiaro, le parole affondano nella mota e nell'ombra, si allacciano le une alle altre, tendono infide radici, intrecciano incestuosi complotti.
Finirà, finirà.
Aspettiamo che venga giorno, perchè ci hanno detto che il giorno è magnifico.
Aspettiamo un aurora limpida, che scopra le meschinità e gli inganni, che illumini questo oceano fino alle sue più putride budella. Un aurora di vergogna e di purificazione, come un gigantesco incendio sulle colline, Irrestistibile, perfetta.
E poi un sole unico e chiaro, affermativo. Che ci conforti e ci sostenga, che ci condanni ad esistere Adesso, e non prima, o dopo, nell'incertezza. Che sia chiaro il colore del cielo, indiscutibile. Un sole esatto, aspettiamo.
Aspettiamo che venga giorno, perchè l'orizzonte si spalanchi, ampio, infinito. Perchè lo sguardo possa diventare vertigine, perchè la poesia non sia più necessaria.
Basterà una nota sola, un tremendo stridulo grido, a fermare tutto.
La chiave di volta, il quadrato magico, la fonte mercuriale, la sacra tinctura, il figlio di dio, il serpente trigemino.
E sarà notte di nuovo.

2.8.10

Monologo di Leggie Le Fou

"Salve.
Vorrei avere una cravatta, una sottile cravatta nera, da allargare con due dita.
Un paio di occhiali scuri sul naso, che nascondano, da aggiustare di tanto in tanto.
Vorrei avere risvolti da lisciare, capelli da ravviare.
Vorrei avere bottoni, lacci, polsini.
Soprattutto, mi servirebbe del tempo.

Prendere tempo, perdere tempo.
E non questa sensazione assurda, che brucia ogni istante di immobilità, facendomelo scontare in rincorse furenti.
Pessima mossa, leggie.
La senti, la risata? La vecchia risata sibilante, rauca, da dietro i denti troppo affilati di nick.
Non diverte anche te? L'uomo degli arzigogoli chiuso dentro?
Fuggire e marcire, in circolo, nella più perfetta delle figure.
Veronicas dell'alienazione, n'est pas?

Non che mi senta poi così male, no.
Ho una pelle, una pelle più scura e più vera, sotto la quale pulsano energie inosservate.
Ho occhi, uno stomaco.
Credevo peggio.

La trasformazione non è un male, è un po' nascere e un po' morire. Non ho voglia di spiegare come mi sento, e non ne avete bisogno, perchè lo spiegate a voi stessi, almeno ad un certo livello.
Osservati.
Ogni identita si scioglie come cera, a guardarla da abbastanza vicino.

Lo so, Rentie, mi ripeto.
Mi aiuta a dormire, a respirare.
Ripeto sogni e parole, sono ridondante. Chiedo perdono.
E poco chiaro, anche. Questo lo sono sempre stato.
Ho paura che sia sempre stato un vezzo, almeno in parte, ma non era questo il punto. Come già gli alchimisti volevo essere capito solo da chi avesse con la materia una certa affinità.
Non si tratta di consegnare in mani sbagliate consapevolezze iniziatiche, anche se per un po' mi è piaciuto pensarla così. (Le Nagual diceva qualcosa a proposito della preselezione, no?).
Chiunque arrivi al nocciolo, deve aver sviluppato nel frattempo, per conto suo, un certo percorso affine. Empatia, necessariamente.
Nè potrà disprezzare me senza disprezzare se stesso.
Tutti gli altri, sono condannati a non essere ascoltati, loro non hanno capito nulla.

Ed è quì, come direbbe il bardo, che c'è l'intoppo.
Esattamente nell'hagakure: chi è uno con la propria morte non ha limiti.
E io in fondo mi sono capito, no? E posso sempre marcire quì dentro.
Nessuno può farmi del male, solo io posso farmene.
Gli altri sono solo un mezzo.

Anche questo, l'avrò detto un milione di volte.
Ogni mio pezzo è albedo, nessuno contiene niente di proiettivo."

Per la cronaca, questo potrebbe essere l'ultima volta che uso questo blog o anche no. Devo pensarci su.