Non studio, non lavoro, non guardo la TV, non vado al cinema non faccio sport. Leggo e scrivo, leggo e scrivo, che di tutte le cose che mi hanno insegnato so rimasto capace solo a leggere e scrivere. Non ti preoccupare: qualunque cosa tu faccia sei meglio di me, da qualunque punto di vista la guardi. Non ho nessun motivo per sentirmi migliore, nessuna arroganza rimasta, niente da dimostrare, che ormai l'ha capito pure mia nonna che sono un cialtrone. Per cui perdonami se ti odio alla disperata, e quel po' di cervello rimasto lo lascio a mollo nel rancore tutta la notte, poi al mattino lo ripesco e te lo strofino sulla faccia.
Ho ritrovato un tema di mia sorella da piccola che parla di me. C'è scritto quanto ero disperato, c'è scritto che ero un'artista. Indovina? Ho smesso. Ho smesso tutto tranne le cattive abitudini. E non è che mi manchi poi tanto: io quando smetto smetto per bene, smetto per sempre. Finisce la voglia insieme al talento, finisce il veleno insieme all'esplosivo, finisce tutto, finisce bene.
Ora non studio, non lavoro. Ogni cosa mi sa di schifo e putredine. Ogni volta che incrocio gli occhi di uno che mi vuole bene mi vergogno, perché io lo so e lui no, che non c'è rimasto nulla a cui volere bene. Il mio me di una volta, bello arzillo, ogni tanto ancora lo imito, ma lo sappiamo benissimo che è da qualche parte a marcire, belle speranze e tutto.
Le volte che mi incazzo, mi incazzo con lui, con la povera salma, per quello che non ha fatto, per quello che avrebbe potuto fare: con un po' più di voglia, con meno pigrizia, con un'altra testa... ma poi capisco che era tutto, che il sorriso e la camminata sghemba e un paio di giorni tutto sommato non schifosi erano tutto quello che si poteva volere, tutto quello che avrei potuto dare. Che tutta sta lotta alla fine s'è ridotta a quattro spinelli e due discorsi sconclusionati. Che non c'è niente, più niente da fare, se non rifare il verso al mio me di una volta, per scrostare ancora due soldi dai muri. L'elemosina alla memoria, a venticinque anni, brucia le budella.
Fingere con i parenti e gli amici di essere ancora il ragazzino di allora, sotto la barba. Riscuotere gli ultimi tagliandi di una rendita che è scaduta da un pezzo. Crederci ancora per mezz'ora, perché è l'unica cosa da fare, e poi sbatterci la faccia, ancora, ancora.
Dovrei partire. Me lo dicono tutti. Dovrei provare a fare questo. Dovrei provare a fare quello. In fondo, dicono tutti, i numeri li ho. Ma non lo sanno, e non lo devono sapere, che i numeri scorrono al contrario da un pezzo, fine di un gioco che non ho giocato io. Che non ce n'è, e forse non ce n'è mai stata. Che mi sento come uno che ha corso la maratona, e invece si è appena alzato dal letto. E in fondo, bambino che sono, vorrei ancora alzare le braccia, esultare, e crollare a terra nel boato della folla. E invece tutti mi guardano per capire com'è che sono così stravolto. E io capisco che la parte dura deve ancora venire. E capisco che non ce la farò. E spero di riuscire almeno ad andarmene in gloria, non trascinandomi stempiato e triste, ultimo della fila. (E ho paura. Una paura folle e paralizzante di fallire ancora, ancora.)
Dove ho sbagliato? Il bello è che non me lo chiedo. L'unico pezzo ancora vivo di quell'imbecille che ero, l'unica scheggia intatta, è nella brutale convinzione di essere nel giusto, di essere sempre stato nel giusto. E allora, come dicevo, vi odio. Odio duro, odio disperato. E quando mi chiedono che lavoro voglio fare rispondo "il rivoluzionario" e aggiungo "non per un mondo migliore. Per ammazzare la gente, la gente ricca, grassa e gonfia, che ha deciso i termini di una realtà che si chiama ricatto". E allora mi guardano con compatimento, e mi mettono la mano sulla spalla, e dicono: "E' un peccato. Uno come te..." e mi ricordano che sono un privilegiato. Che sono agiato, in fondo, quasi un piccolo borghese. E che c'è chi sta peggio. E che sono dotato. E che i miei, da piccolo, mi hanno voluto bene. E che alla fine sono in paro. Beh, quasi in paro, ora che sono uscito da qualche mese.
E io li odio. Li odio perché non so rispondere, perché la verità non gliela posso dire. Perché la verità è che li odio, e che il senso di ingiustizia che mi divora a volte diventa veramente arroganza, e la fame di sintagma diventa sete di potere. E io li odio perché questa cosa mi cambia, e mi fa pensare brutti pensieri. Li odio perché alla fin fine gli faccio pena, e dietro il fargli pena lo vedo, nei loro occhi, che si sentono rassicurati e felici. Perché in fondo una volta mi rispettavano, e qualunque cosa stiano soffrendo ora, il fatto di trovarmi così a pezzi, quasi liquido, li consola. Un altro che morde la polvere, come dice la canzone. Soprattutto se sono amici e colleghi, gente che mi ha zompato nella rincorsa all'accademia e pensava di non riuscirci. Li ho stupiti, credo. Tradito aspettative. Alcuni me lo dicono apertamente: non pensavo tu fallissi.
E invece ho fallito. Lo sai? Non lo sai ancora? Ho fallito. Broadcasting odio dalla mia cameretta di adolescente, ora che ho quasi trent'anni e nessun futuro, e niente di fatto.
Ma non ti illudere,
Che se continua così.
.
19.12.14
16.12.14
Most Wanted
Centro del desiderio, 00.01, giovedì notte
Trascinando i piedi sulla superficie liscia della piazza, incastro perfetto di lastre minerali smerigliate di forma ineguale secondo le linee contorte di un labirinto decorativo, il Boemo procede dall'angolo sud-est all'angolo nord-est, lungo il bordo segnato dal muro laterale dell'Enantiodromo.
Di tanto in tanto, sentendo un mancamento venire dal basso ventre e propagarsi come eco di sbigottimento organico, cerca brancolando la superficie del muro alla sua destra con le dita, e vi si lascia cadere conto. La mano sinistra stringe in un pugno informe l'impermeabile all'altezza del plesso solare, preme verso l'interno, la spina dorsale è percorsa da un framito, il mento ispido ed affilato si incassa, punta lo sterno.
Eppure, in tutto questo disordine organico di sommovimenti parassitari e collaterali, il Boemo non smette di sorridere, le labbra sottili e screpolate tirate sui canini gialli ed affilati. La prima volta, è poco più che un barcollare: sembra solo un altro ubriaco, agli sparuti passanti che traversano secondo traiettorie rettilinee la piazza, questo individuo alto, vestito di un lurido pastrano grigio.
La seconda, mentre gli spasmi si fanno più forti, il Boemo si appoggia al muro pesantemente, prima con la spalla e poi con la schiena. Solo con uno sforzo sovrumano riesce a rimettersi in piedi, e gli sfugge un gemito che assomiglia ad un latrato, suono scabro e urticante del dolore.
Il passo si fa sempre più lento ed incerto: ogni volta, la gamba si lancia in avanti come un sacco di sabbia bagnata, atterra pesantemente, il corpo la segue a fatica. Ma l'uomo è già quasi in fondo, la destra protesa per appigliarsi alla ringhiera che segna il limite settentrionale della piazza, preservando gli sbadati da un tuffo di venti metri in direzione del traffico frenetico e perennemente congestionato di Via Tzu. Quasi. Perché proprio quando manca così poco, una distanza risibile da misurare in centimetri, le gambe lo tradiscono.
Il boemo cade: il ghigno teso si trasforma in una smorfia di stupore, sopracciglia sollevate e bocca aperta, mentre le dita mancano la ringhiera, e gomiti, anche, ginocchia, naso e fronte colpiscono in sequenza il suolo liscio.
I passanti sparuti si tengono lontano: impossibile non notare l'uomo la cui sofferenza è tanto esibita. Ma perché avvicinarsi? Non c'è evidentemente nulla da guadagnare, e molto da perdere. E se fosse malato? Nella metropoli affollata, la paura del contagio supera perfino la diffidenza per gli esseri umani marginali che il sistema produttivo rigetta ma non respinge, e finiscono per formare sacche purulente nel tessuto altrimenti sano della crudeltà istituzionalizzata.
Il boemo, caduto, si raccoglie su se stesso, nella prima delle posizioni che ha appreso, come un feto esaurito, ossuto, consumato. coperto dal pastrano che lo trasforma in un bizzarro fagotto. Un rantolo rauco e sordo gli scuote il petto, prima violento, poi sempre più flebile.
Infine, più nulla.
Trascinando i piedi sulla superficie liscia della piazza, incastro perfetto di lastre minerali smerigliate di forma ineguale secondo le linee contorte di un labirinto decorativo, il Boemo procede dall'angolo sud-est all'angolo nord-est, lungo il bordo segnato dal muro laterale dell'Enantiodromo.
Di tanto in tanto, sentendo un mancamento venire dal basso ventre e propagarsi come eco di sbigottimento organico, cerca brancolando la superficie del muro alla sua destra con le dita, e vi si lascia cadere conto. La mano sinistra stringe in un pugno informe l'impermeabile all'altezza del plesso solare, preme verso l'interno, la spina dorsale è percorsa da un framito, il mento ispido ed affilato si incassa, punta lo sterno.
Eppure, in tutto questo disordine organico di sommovimenti parassitari e collaterali, il Boemo non smette di sorridere, le labbra sottili e screpolate tirate sui canini gialli ed affilati. La prima volta, è poco più che un barcollare: sembra solo un altro ubriaco, agli sparuti passanti che traversano secondo traiettorie rettilinee la piazza, questo individuo alto, vestito di un lurido pastrano grigio.
La seconda, mentre gli spasmi si fanno più forti, il Boemo si appoggia al muro pesantemente, prima con la spalla e poi con la schiena. Solo con uno sforzo sovrumano riesce a rimettersi in piedi, e gli sfugge un gemito che assomiglia ad un latrato, suono scabro e urticante del dolore.
Il passo si fa sempre più lento ed incerto: ogni volta, la gamba si lancia in avanti come un sacco di sabbia bagnata, atterra pesantemente, il corpo la segue a fatica. Ma l'uomo è già quasi in fondo, la destra protesa per appigliarsi alla ringhiera che segna il limite settentrionale della piazza, preservando gli sbadati da un tuffo di venti metri in direzione del traffico frenetico e perennemente congestionato di Via Tzu. Quasi. Perché proprio quando manca così poco, una distanza risibile da misurare in centimetri, le gambe lo tradiscono.
Il boemo cade: il ghigno teso si trasforma in una smorfia di stupore, sopracciglia sollevate e bocca aperta, mentre le dita mancano la ringhiera, e gomiti, anche, ginocchia, naso e fronte colpiscono in sequenza il suolo liscio.
I passanti sparuti si tengono lontano: impossibile non notare l'uomo la cui sofferenza è tanto esibita. Ma perché avvicinarsi? Non c'è evidentemente nulla da guadagnare, e molto da perdere. E se fosse malato? Nella metropoli affollata, la paura del contagio supera perfino la diffidenza per gli esseri umani marginali che il sistema produttivo rigetta ma non respinge, e finiscono per formare sacche purulente nel tessuto altrimenti sano della crudeltà istituzionalizzata.
Il boemo, caduto, si raccoglie su se stesso, nella prima delle posizioni che ha appreso, come un feto esaurito, ossuto, consumato. coperto dal pastrano che lo trasforma in un bizzarro fagotto. Un rantolo rauco e sordo gli scuote il petto, prima violento, poi sempre più flebile.
Infine, più nulla.
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