Avevo un violino, una volta, tempo fa.
Odorava di pece e di legno.
Io ne amavo il suono indolente e beffardo, la molle e languida ritrosia.
Sgranavo melopee in re minore, soffrendo come un bimbo ferito.
Un giorno, fui preso da febbre.
Il mondo era troppo grande, troppo vuoto.
Rimpiansi il tempo perso a cercare con le dita, sulla corda, un suono.
Ora, il violino riposa, non conosce mano nè arco.
non freme più il corpo legnoso, di gioia o sofferta follia.
30.12.07
26.12.07
Hominoidea
Un giorno ti svegli, e quello che vedi è una moltitudine rutilante di variochiomati scimpanzè.
scimmie nei parchi, scimmie sui prati.
scimmie in piccole scimmiesche case da scimmie,
scimmie scimmiottare scimmie in teatri per scimmie.
sante scimmie, eroiche scimmie.
scimmie paranoiche e tetre,
scimmie col ciuffo e la maglietta a righe,
scimmie innamorate, con il sospiro che esce leggero dai labbroni tumidi,
scimmie incazzate nere che digrignano le zanne giallastre in un sorriso.
scimmie in ogni angolo, cancro innaturale e perverso della creazione. Scimmie, che distruggono e ricostruiscono il loro mondo a prova di scimmia, che adorano un dio scimmia e santificando il battito in quattro quarti del loro scimmiesco miocardio.
Un giorno ti svegli, e sollevandoti sui tuoi folti avambracci nerboruti di orangoutang, stiracchiando il collo tozzo ed il grugno camuso in uno sbadiglio, ti rendi conto di quello che sei, finalmente:
Una. Lurida. Scimmia.
scimmie nei parchi, scimmie sui prati.
scimmie in piccole scimmiesche case da scimmie,
scimmie scimmiottare scimmie in teatri per scimmie.
sante scimmie, eroiche scimmie.
scimmie paranoiche e tetre,
scimmie col ciuffo e la maglietta a righe,
scimmie innamorate, con il sospiro che esce leggero dai labbroni tumidi,
scimmie incazzate nere che digrignano le zanne giallastre in un sorriso.
scimmie in ogni angolo, cancro innaturale e perverso della creazione. Scimmie, che distruggono e ricostruiscono il loro mondo a prova di scimmia, che adorano un dio scimmia e santificando il battito in quattro quarti del loro scimmiesco miocardio.
Un giorno ti svegli, e sollevandoti sui tuoi folti avambracci nerboruti di orangoutang, stiracchiando il collo tozzo ed il grugno camuso in uno sbadiglio, ti rendi conto di quello che sei, finalmente:
Una. Lurida. Scimmia.
23.12.07
Shhh...
avevi tutto quello che potevo darti.
non bastava, forse?
ogni giorno e ogni notte, completamente bruciavo.
unico pensiero mio, tormento e gioia;
dolcezza velenosa, spensierata follia.
silenzio, silenzio.
che se di musica vive amore... shakespeare, vecchio idiota immortale. perseguitami quì, se puoi.
silenzio, silenzio.
(scusa, ma non era finita anni fa?) (appunto, sta zitto)
silenzio, vi prego. silenzio.
non bastava, forse?
ogni giorno e ogni notte, completamente bruciavo.
unico pensiero mio, tormento e gioia;
dolcezza velenosa, spensierata follia.
silenzio, silenzio.
che se di musica vive amore... shakespeare, vecchio idiota immortale. perseguitami quì, se puoi.
silenzio, silenzio.
(scusa, ma non era finita anni fa?) (appunto, sta zitto)
silenzio, vi prego. silenzio.
22.12.07
Ballade Duluoz
Trolleggio in giro in scioltezza, con la faccia di cera del puttaniere mononucleotico, scuotendo l'indice accusatore sotto il naso degli altri, menandomela da buddha come se non avessi mai fatto altro.
la vita è facile.
potreste obbiettare che senza pubblico non sono nessuno. potreste protestare che con la mia roba vi ci pulite il culo.
ma io ho l'ego più smisuratamente enorme da quì al Kansas, e la nausea a forza di attenzioni.
Ieri tu camminavi tranquillo, in una stradina di campagna, ciottoli e stridio di oche, schivando abilmente le grosse grasse untuose pizze di vacca sul selciato sconnesso. Te ne andavi con le mani in tasca fino ai gomiti e le dita intirizzite, il collo intartarugato nel colletto del giaccone prussiano, e ripensavi a quando eri bambino, e ti hanno insegnato a fare conoscenza con gli altri bambini:
"ciao, come ti chiami?"
ti ricordi? ce n'era uno con dei lunghi capelli unti, che se ne andava cifotico e goffo, più alto e più grosso degli altri, tiranneggiando con le mani grassocce per il gusto di farlo. L'infantile Ras del piazzale, con quella risata troppo forte, con quell'intuito cattivo per l'insulto che fa più male.
Ieri camminavi tranquillo, in una stradina di campagna, ciottoli e stridio di oche, e guardavi le montagne azzurre infilarsi fra le nuvole senza peso, costernato dalla maestà grandiosa di tremila tonnellate di roccia calarea. (hai quasi pestato una merda, idiota, per guardare le nuvole, vuoi stare attento?). Hai visto, sul sentiero, un ragazzo magro, dal viso affilato e sofferto. Se ne stava appoggiato ad uno steccato malfermo, e guardava giù, lungo il greppo, il groviglio dei rovi e delle ortiche selvatiche. Aveva lunghi capelli neri, era bello, e per un attimo ti è sembrato di sentire la fragilità delle ossa attraverso la pelle cerea.
Hai riconosciuto il nome, forse, oppure la risata. Un dente appena più appuntito. La curva della schiena. Ciò che rimane del profilo. Tornando a casa, non riuscivi a capire, che cosa fosse vero. Immagini sovrapposte e discordi. Un nome e due facce. Non ascoltavi più le oche, frustrate, e le torri eburnee dell'orizzonte.
Ci sono cose che sedimentano, come polvere in un ostrica, colori che invecchiano come vino, inebriando di se i sogni ed i pensieri.
Poi, qualcosa va in pezzi, ed è come strapparsi un braccio, un occhio, una mano. Un bravo chirurgo copre il troncone, ma non ti illudere, si vede quando sei fatto di ceramica.
Io sono il migliore dei chirurghi, e so che ogni ferita è santa.
Un pezzo di verità, di splendore.
"ciao, come ti chiami?" sono passati vent'anni da quando sei rimasto zitto, hai avuto tempo di trovare una risposta?
Ora sai che è stata tutta fatica sprecata,
che le oche se ne fregano, se ne fregano i rovi.
la vita è facile.
potreste obbiettare che senza pubblico non sono nessuno. potreste protestare che con la mia roba vi ci pulite il culo.
ma io ho l'ego più smisuratamente enorme da quì al Kansas, e la nausea a forza di attenzioni.
Ieri tu camminavi tranquillo, in una stradina di campagna, ciottoli e stridio di oche, schivando abilmente le grosse grasse untuose pizze di vacca sul selciato sconnesso. Te ne andavi con le mani in tasca fino ai gomiti e le dita intirizzite, il collo intartarugato nel colletto del giaccone prussiano, e ripensavi a quando eri bambino, e ti hanno insegnato a fare conoscenza con gli altri bambini:
"ciao, come ti chiami?"
ti ricordi? ce n'era uno con dei lunghi capelli unti, che se ne andava cifotico e goffo, più alto e più grosso degli altri, tiranneggiando con le mani grassocce per il gusto di farlo. L'infantile Ras del piazzale, con quella risata troppo forte, con quell'intuito cattivo per l'insulto che fa più male.
Ieri camminavi tranquillo, in una stradina di campagna, ciottoli e stridio di oche, e guardavi le montagne azzurre infilarsi fra le nuvole senza peso, costernato dalla maestà grandiosa di tremila tonnellate di roccia calarea. (hai quasi pestato una merda, idiota, per guardare le nuvole, vuoi stare attento?). Hai visto, sul sentiero, un ragazzo magro, dal viso affilato e sofferto. Se ne stava appoggiato ad uno steccato malfermo, e guardava giù, lungo il greppo, il groviglio dei rovi e delle ortiche selvatiche. Aveva lunghi capelli neri, era bello, e per un attimo ti è sembrato di sentire la fragilità delle ossa attraverso la pelle cerea.
Hai riconosciuto il nome, forse, oppure la risata. Un dente appena più appuntito. La curva della schiena. Ciò che rimane del profilo. Tornando a casa, non riuscivi a capire, che cosa fosse vero. Immagini sovrapposte e discordi. Un nome e due facce. Non ascoltavi più le oche, frustrate, e le torri eburnee dell'orizzonte.
Ci sono cose che sedimentano, come polvere in un ostrica, colori che invecchiano come vino, inebriando di se i sogni ed i pensieri.
Poi, qualcosa va in pezzi, ed è come strapparsi un braccio, un occhio, una mano. Un bravo chirurgo copre il troncone, ma non ti illudere, si vede quando sei fatto di ceramica.
Io sono il migliore dei chirurghi, e so che ogni ferita è santa.
Un pezzo di verità, di splendore.
"ciao, come ti chiami?" sono passati vent'anni da quando sei rimasto zitto, hai avuto tempo di trovare una risposta?
Ora sai che è stata tutta fatica sprecata,
che le oche se ne fregano, se ne fregano i rovi.
12.12.07
far away boogie (da solo)
"fuori! fuori!
queste sono tutte stronzate."
questo è il post che vi spiega perchè e percome.
serve a capire tutto il resto della roba che è quì dentro.
non che a voi interessi, ma dovrebbe.
prima parte:
esterno giorno, un ragazzo ed una ragazza. dietro, un muro giallo, con finestroni in legno verniciato bianco. due.
-perchè fai così? ogni volta che parlo con te mi sembra che tu non mi consideri. non hai rispetto per la mia dignità?
Eppure anche io ho idee, ragiono, rifletto.
Tutto è sempre teatro, per te, ogni gesto, ogni parola.
A volte ti guardo, e non vedo che una maschera. Cosa ti fa soffrire? Siamo esseri umani, carne e sangue, fatti per amare, odiare, vibrare, non statue di marmo, non marionette. Perchè non vuoi condividere con me nulla? Non merito il tuo disprezzo, piccolo uomo presuntuoso.
-Ho costruito me stesso con cura, mutilandomi e cicatrizzando. strappando da me l'umano, per avvicinarmi allo splendore dell'eternità. Sono salvo e lontano, niente più mi ferisce, niente più mi assilla. Ho smesso tempo fa di vibrare.
La mia vita è fatta di silenzi e musica, amo il rumore della pioggia nel bosco. La mia empatia è morta quando ho compreso che gli uomini sono carne e presunzione e l'intelligenza è sopravvalutata.
sono saggio.
Cosa hai da darmi, tu?
seconda parte:
io provo simpatia per lui. lo comprendo. so cosa pensa quando cammina per strada, so perchè sorride, quando se ne sta in silenzio osservando una rissa, quando steso in mezzo al prato aspetta che venga giorno.
tuttavia, litighiamo spesso. quando succede, le urla scuotono il palazzo, i capelli delle signore si sollevano per l'elettricità statica, e rimbomba in lontananza lo scampanio di preti etiopi, che hanno visto un diavolo bianco svolazzare in sagrestia.
Io me ne esco in genere sbattendo la porta, gridando "ah, è così, allora? la vedremo", lui si sporge dal balcone e mi urla "Vedremo, sì, vedremo".
io gli presto la rabbia, lui mi regala la risata schemba. ce ne andiamo zoppicando, ogni gamba al suo ritmo, e barrichiamo lobotomie dell'animo nello sguardo per giorni e giorni, astiosi.
puoi vederci così, qualche volta.
poi, io mi sbronzo, il bastardo se ne approfitta, e il patto si rinnova: con tono ispirato sparare cazzate, per farsi guardare un attimo di più, poi tacere per ore, nell'arte, per l'arte.
terza parte:
Il mio vero nome non è Legba.
P.S.
ah, per il tizio che ha commentato quà sotto: io sono stronzo dall'89, per vocazione, nascita e istinto. hai qualcosa da dire? dilla.
non è educato non lasciare nemmeno un recapito, quando si va in giro sprengiando a casa d'altri,
però.
queste sono tutte stronzate."
questo è il post che vi spiega perchè e percome.
serve a capire tutto il resto della roba che è quì dentro.
non che a voi interessi, ma dovrebbe.
prima parte:
esterno giorno, un ragazzo ed una ragazza. dietro, un muro giallo, con finestroni in legno verniciato bianco. due.
-perchè fai così? ogni volta che parlo con te mi sembra che tu non mi consideri. non hai rispetto per la mia dignità?
Eppure anche io ho idee, ragiono, rifletto.
Tutto è sempre teatro, per te, ogni gesto, ogni parola.
A volte ti guardo, e non vedo che una maschera. Cosa ti fa soffrire? Siamo esseri umani, carne e sangue, fatti per amare, odiare, vibrare, non statue di marmo, non marionette. Perchè non vuoi condividere con me nulla? Non merito il tuo disprezzo, piccolo uomo presuntuoso.
-Ho costruito me stesso con cura, mutilandomi e cicatrizzando. strappando da me l'umano, per avvicinarmi allo splendore dell'eternità. Sono salvo e lontano, niente più mi ferisce, niente più mi assilla. Ho smesso tempo fa di vibrare.
La mia vita è fatta di silenzi e musica, amo il rumore della pioggia nel bosco. La mia empatia è morta quando ho compreso che gli uomini sono carne e presunzione e l'intelligenza è sopravvalutata.
sono saggio.
Cosa hai da darmi, tu?
seconda parte:
io provo simpatia per lui. lo comprendo. so cosa pensa quando cammina per strada, so perchè sorride, quando se ne sta in silenzio osservando una rissa, quando steso in mezzo al prato aspetta che venga giorno.
tuttavia, litighiamo spesso. quando succede, le urla scuotono il palazzo, i capelli delle signore si sollevano per l'elettricità statica, e rimbomba in lontananza lo scampanio di preti etiopi, che hanno visto un diavolo bianco svolazzare in sagrestia.
Io me ne esco in genere sbattendo la porta, gridando "ah, è così, allora? la vedremo", lui si sporge dal balcone e mi urla "Vedremo, sì, vedremo".
io gli presto la rabbia, lui mi regala la risata schemba. ce ne andiamo zoppicando, ogni gamba al suo ritmo, e barrichiamo lobotomie dell'animo nello sguardo per giorni e giorni, astiosi.
puoi vederci così, qualche volta.
poi, io mi sbronzo, il bastardo se ne approfitta, e il patto si rinnova: con tono ispirato sparare cazzate, per farsi guardare un attimo di più, poi tacere per ore, nell'arte, per l'arte.
terza parte:
Il mio vero nome non è Legba.
P.S.
ah, per il tizio che ha commentato quà sotto: io sono stronzo dall'89, per vocazione, nascita e istinto. hai qualcosa da dire? dilla.
non è educato non lasciare nemmeno un recapito, quando si va in giro sprengiando a casa d'altri,
però.
7.12.07
How to Hard Knock Life
svegliarsi incazzato.
masticare violentemente la colazione, poi sputare in terra. "faceva tutto schifo, stronzi".
L'acqua della doccia è gelida ma non rigenera. vestiti neri, niente frivolezze. occhiali da sole, anche se fuori piove.
più che andare avanti calpesto il suolo,
odio questa fottutissima crosta terrestre.
odio la gente che sorride, non sopporto chi si lamenta. Gli uomini mi stanno sulle palle, le donne ed i bambini non meritano che una morte caritatevole. (zaini più grandi di loro a colori fluo, con su disegnati trend del mercato dell'infanzia della durata di tre mesi. massimo. piccole bestie da consumo, con il moccio al naso.)
davanti a scuola, due ciondolanti mezzeseghe mi salutano. "ohi, ciao"
"spostati"
"cosa hai detto?"
"spostati, stronzo"
chi cazzo vi ha mai visto? chi vi conosce? Io vi ho forse salutato? Mostro forse desiderio di avviare una conversazione?
scale quattro a quattro, spintonare uno a caso. pretendere che si scusi.
"buongiorno, professore"
"buongiorno"
la sedia è scomoda,
ed è deprimente essere valutato da gente così.
uno di questi giorni mi scoppia il fegato, e salto di sotto.
masticare violentemente la colazione, poi sputare in terra. "faceva tutto schifo, stronzi".
L'acqua della doccia è gelida ma non rigenera. vestiti neri, niente frivolezze. occhiali da sole, anche se fuori piove.
più che andare avanti calpesto il suolo,
odio questa fottutissima crosta terrestre.
odio la gente che sorride, non sopporto chi si lamenta. Gli uomini mi stanno sulle palle, le donne ed i bambini non meritano che una morte caritatevole. (zaini più grandi di loro a colori fluo, con su disegnati trend del mercato dell'infanzia della durata di tre mesi. massimo. piccole bestie da consumo, con il moccio al naso.)
davanti a scuola, due ciondolanti mezzeseghe mi salutano. "ohi, ciao"
"spostati"
"cosa hai detto?"
"spostati, stronzo"
chi cazzo vi ha mai visto? chi vi conosce? Io vi ho forse salutato? Mostro forse desiderio di avviare una conversazione?
scale quattro a quattro, spintonare uno a caso. pretendere che si scusi.
"buongiorno, professore"
"buongiorno"
la sedia è scomoda,
ed è deprimente essere valutato da gente così.
uno di questi giorni mi scoppia il fegato, e salto di sotto.
2.12.07
CH3CH2OH
come ai vecchi tempi, quando usavo stendere cronache delle serate memorabili, dei momenti migliori.
una sorta di guida pratica alla felicità, sui passi di zio Legba, che (eh, già) sa come ci si diverte.
Grazie al gentile Pisto per averci permesso una così briosa baldoria, le Nagual steso nel prato, i discorsi di Lorenzo su Chopin, e il walzer dell'addio. Si ringrazia la luce stroboscopica che distrugge la consequenzialità dei movimenti, e destruttura volute di fumo in scorci metafisici di purezza sublime.
piroettare e schiantarsi, col pavimento che di colpo si erige, e poi in piedi di nuovo, come miracolati picardeschi dagli occhi persi "questo mi hanno insegnato i monaci tibetani, che il mondo non esiste".
barcollare, aggrapparsi al bancone.
logiche spietate: io lo mando giù, poi lui manda giù me.
tre giorni dopo mi ritrovo in alto con lo spirito, tatuando linee cinetiche nel mondo troppo stantio. le linee del telefono le hanno mangiate i topi, e noi ce ne stiamo abbronzati sotto gli scaracchi radioattivi del mainstream.
Dio è il tizio con i gemelli d'oro che guarda teneramente l'orologio alla fermata dell'autobus, e sospira.
gli Psychedelic Furs nello stereo antiquato, e il ticchettare della mia courier. il resto è puro spleen.
una sorta di guida pratica alla felicità, sui passi di zio Legba, che (eh, già) sa come ci si diverte.
Grazie al gentile Pisto per averci permesso una così briosa baldoria, le Nagual steso nel prato, i discorsi di Lorenzo su Chopin, e il walzer dell'addio. Si ringrazia la luce stroboscopica che distrugge la consequenzialità dei movimenti, e destruttura volute di fumo in scorci metafisici di purezza sublime.
piroettare e schiantarsi, col pavimento che di colpo si erige, e poi in piedi di nuovo, come miracolati picardeschi dagli occhi persi "questo mi hanno insegnato i monaci tibetani, che il mondo non esiste".
barcollare, aggrapparsi al bancone.
logiche spietate: io lo mando giù, poi lui manda giù me.
tre giorni dopo mi ritrovo in alto con lo spirito, tatuando linee cinetiche nel mondo troppo stantio. le linee del telefono le hanno mangiate i topi, e noi ce ne stiamo abbronzati sotto gli scaracchi radioattivi del mainstream.
Dio è il tizio con i gemelli d'oro che guarda teneramente l'orologio alla fermata dell'autobus, e sospira.
gli Psychedelic Furs nello stereo antiquato, e il ticchettare della mia courier. il resto è puro spleen.
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