29.12.13

Boutade

La terra asciutta
mi riempie le mani
quando sollevo gli occhi
vedo il vuoto


La strada procedeva imperterrita, solida come al solito, sedimento di percorsi.
Il viaggiatore, indeciso, valutava il prezzo dei chilometri, grattandosi i punti glabri del cranio con l'unica mano libera, le unghie lunghe e nere che scavano microsolchi nell'umidore unto della pelle esposta.
la strada, cotta dal sole, invincibile, bituminoso orrore fumante
La strada per ogni dove.
La scarsità del poveretto: inutile pezzo di carne, miseramente costretto a valutare i prezzi.
Potevi quasi vedere la verità farsi strada da dentro a fuori, penetrare nel cervello, indebolire il collo, affiorare sul volto stanco sotto forma di smorfia triste.
Nessuna fuga sarebbe stata possibile. La strada, la lunga inutile strada bituminosa, non sarebbe stato che questo: un canaletto di scolo, una frustrazione costante.
A ricordare sempre la misura dell'impotenza
nell'era del Tutto
Ad affermare la stasi
nell'era dell'Ovunque.
Merda.

22.12.13

Criptico

La linea ha preso fuoco.
L'avanguardia, isolata, ha rotto la coerenza ed è andata sbandando verso est.
I pavidi, rimasti indietro a fare massa, hanno esagerato. Rompendo l'equilibrio elettrostatico, l'ammasso ha superato la soglia.
Come quando un principio di organizzazione emerge dal caotico ribollire della senescenza universale, non ci restano che i ferri.
E la strada.
Ed il tempo.

2.12.13

Stralcio da un coordinamento tipico

L'ennesima sfiancante riunione del Collettivo si trascinava ormai da ore. Tredici individui esausti, a metà del temibile ordine del giorno, respiravano appena nell'aria satura di fumo e consumata ormai fino a non contenere che tracce irrisorie ed inconsistenti di ossigeno, fissando con gli occhi a mezz'asta l'oratore.

-...e a prescindere dalla situazione storica contingente, dai rapporti di forze all'interno ed all'esterno dell'università, il collettivo non può cedere alla tentazione di riconsiderare i suoi obiettivi fondamentali. Quella che il compagno coordinatore propone non è, come lui l'ha descritta, una mossa pragmatica, e non possiamo concedergli neppure che la sostituzione di obiettivi puntuali, concreti, "problemi collettivi da risolvere" come lui li chiama, proceda nella stessa direzione che lo Statuto indica con precisione e limpidezza. Non si fa la rivoluzione addizionando vertenze: affrontare ogni singola vertenza come una anomalia rispetto allo stato delle cose "normale", ci porterà inavvertitamente a percepire la normalità come lo stato delle cose successivo alla riparazione di una serie di accidenti minori, e sarebbe la realtà del nemico, la realtà sociale accettata a trionfare, tutt'al più con la comparsa di correttivi, palliativi che nascondono l'intollerabile ingiustizia costitutiva del sistema e non fanno che rendere più difficile la soluzione rivoluzionaria

Uno sbuffo fragoroso interrompe l'intervento-fiume. L'oratore solleva gli occhi dagli appunti presi a mano su un foglio di carta a quadretti, stizza la colonnina fumigante di cenere formatasi inosservata negli ultimi minuti dalla punta della sigaretta ed inquadra attraverso le lenti rotonde degli occhiali l'origine del disturbo. Il coordinatore, un bel ragazzo dalla barba incolta e riccia, con i capelli lunghi raccolti in una coda, interviene tempestivamente:

-Bene, dopo Luca aveva chiesto la parola il compagno Alfredo
-Grazie, compagno coordinatore. Io non sono d'accordo con quanto detto finora da Luca, per due motivi principali. Il primo è che, se davvero c'è una forma di cedimento rispetto all'ideale nell'occuparsi della realtà, dobbiamo però considerare che la parte maggiore di coloro che ci stanno intorno ogni giorno sono saldamente ancorati alla seconda, e se ne fregano della prima. A loro dobbiamo dimostrare di essere degni di ascolto, di essere capaci e risolutivi. Possiamo farlo occupandoci di questioni che ci parranno secondarie, persino trascurabili? Si. I nostri compagni studenti ascolteranno più volentieri coloro che hanno aiutato a sistemare il piano di studi della facoltà, coloro che hanno reclamato una gestione migliore della biblioteca, persino uno spazio per fumare sigarette in santa pace nei pressi del rettorato. Queste non sono le nostre battaglie, non scalfiscono il sistema di produzione né mettono in chiaro le dinamiche di potere nell'ateneo: sono d'accordo. Ma aiutano noi ad incontrare gli altri, gli altri a rendersi conto che la realtà cambia e si può cambiare dal basso. Il resto verrà poi: io dico che qualunque azione è meglio di nessuna azione, e che tramite l'azione ci si giustifica e ci si trasforma. Solo una struttura che il popolo riconosce come utile e necessaria è in grado di proporre il discorso ideale senza trovarsi accusata di velleitarismo ed eccesso di astrazione.

Numerose teste annuiscono: la linea sembra condivisa. Ora il coordinatore chiama a parlare uno dei compagni in seconda fila, che si è limitato finora a tossire, resistere al sonno ed ascoltare, aspettando che venisse il suo turno per quaranta minuti buoni prima che gli venisse concessa la parola.

- Compagni e compagne. Il mio nome è Nicola, e sono nuovo delle dinamiche di questo collettivo. Avevo chiesto di parlare qualche tempo fa, quando l'argomento era ancora quello della necessità di dividere in gruppi di lavoro la componente studentesca del collettivo. Ciò che avevo da dire è stato tuttavia superato nella discussione susseguente, fino al punto in cui, come adesso, si discute ormai della bilancia fra azione e teoria, sulla natura necessariamente frammentata, dispersa ed appiattita sul reale dell'azione, date le poche forze disponibili, e sul contrasto che ciò mantiene con la solidità, l'univocità e la limpidezza della dottrina che ha espressione nello statuto, e che vorrebbe da noi il fegato e la coerenza di portare avanti fin dall'inizio ed in tutte le sue fasi un processo rivoluzionario.
Adeguandomi allo stato della discussione, per non riportare costantemente avanti ed indietro il discorso, ed in secondo luogo perchè questo particolare argomento mi sembra fondamentale, inevitabile e pressante per qualunque struttura rivoluzionaria, non porterò che alcune osservazioni su quello che i compagni hanno detto fin ora.
I motivi espressi da Alfredo postulano un'evoluzione: una struttura si applica alla risoluzione di problemi concreti, vicini alla vita delle persone. Tali persone, sulle quali si è così acquisito un ascendente, saranno più disponibili di altre a condividere l'analisi critica della società portata avanti dalla struttura che già conoscono ed apprezzano per il suo lavoro concreto, particolare. In un secondo tempo la struttura, accresciuta dalle nuove forze che si sono in tal modo accumulate, si muoverà in modo più radicale, esercitando una critica radicale. Questa dinamica, benché colga la realtà in almeno un punto, perché sarà sempre a partire dalle nostre azioni che verremo giudicati, capiti, fraintesi o seguiti, non considera che i soggetti con i quali verremo a contatto per via della nostra azione spicciola saranno innanzitutto e perlopiù preoccupati del loro problema particolare. La maggior parte di essi non sarebbe disposta ad attuare una critica radicale, e se gli si mostra una attività che ha di mira i problemi particolari e proprio in base ad essa si avvicinano a noi, tali soggetti agiranno per incrementare e proseguire la linea d'azione di cui sopra, rendendo sempre più difficile l'obbedienza allo statuto. Per fare si che la linea permanga, dovremo sottoporre ogni nuovo venuto ad una istruzione che lascia poco spazio al contributo esterno: per ogni nuovo compagno che viene ad ingrossare le nostre fila, avremo da fare daccapo il lavoro di definizione e mediazione che ci ha portato alla stesura dello statuto. In più, quello che Alfredo chiama istruzione avrebbe da funzionare come un indottrinamento, un discorso autoritario che non ammette repliche né l'interazione con l'altro per trovare un accordo: i nuovi compagni dovrebbero prima apprezzare la nostra azione, poi essere convinti a partecipare di una azione completamente diversa, e, se non convinti, espulsi o allontanati, cosa che avrebbe un forte contraccolpo sia nella percezione esterna del collettivo, sia sulle dinamiche interne: se il collettivo può e talvolta deve allontanare suoi membri, allora è con ciò sancita la preminenza di una posizione teorica sulla base della semplice anteriorità temporale. Come difenderemo quella che sarà diventata allora una struttura gerarchica?
Ora veniamo, indietreggiando, a ciò che ha detto Luca. Il problema fondamentale del suo intervento, a mio parere, è che esso è vulnerabile all'obiezione "come dovremmo agire, dunque?" Di certo non è facile, a partire dal qui e dall'ora articolare un piano d'azione che almeno intraveda la rivoluzione. Di certo, nel tentativo di individuarlo, ci troveremo a riflettere non su dei problemi concreti, già rivelatisi come tali alla vita delle persone, ma su agenti, individuati forse da noi soltanto come agenti del sistema corrente, nodi ed articolazioni del potere che, benchè ingiusto, funziona. Spesso dunque il risultato di azioni che potremmo riconoscere più immediatamente come rivoluzionarie finiranno per risultare in disagi e disservizi per le persone che si trovano all'esterno dei nostri discorsi: il potere infatti ha la caratteristica di presentarsi come necessario, e di giustificare ogni suo livello con il mantenimento di un certo status quo. Sappiamo benissimo, ad esempio, che non ci è possibile intervenire sui rapporti di potere interni all'università secondo una modalità d'azione che non abbia l'aspetto di una interruzione, di un sabotaggio insieme di quei rapporti di potere e della funzione dell'istruzione pubblica che, almeno marginalmente e con gravi lacune dovute all'iniquità del sistema, essi svolgono. Con ciò allontaneremo da noi "la gente", che si chiede con vera o finta ingenuità "come potete lottare per l'università mentre lottate contro l'università?". Fra queste alternative teoriche e d'azione, nessuna delle quali è priva di punti problematici si impone una scelta. Il prenderla sta a questo collettivo. Dopo che essa sia presa, è necessario che non si torni indietro per ridiscuterla: l'incoerenza dell'azione da parte nostra ci danneggerebbe in modo più profondo di quanto non possa farlo ciascuna linea d'azione singolare. Ho finito.

Con crescente stupore e disagio, ciascuno degli ormai nove compagni rimanenti (quattro avevano dovuto andare, per via dell'ora tarda e di un impegno precedente), aveva seguito le evoluzioni della disamina, e più d'uno si era perso nelle circonvoluzioni. Il coordinatore, stiracchiandosi, pose fine alla discussione. Si passò dunque al voto: la mozione a favore della campagna contro il rincaro delle macchinette del caffè nelle aule studio passò sei voti contro tre.

18.8.13

Do anything he says

La mattina sa di selenio ben tritato e botte da orbi: gli occasionali colletti bianchi di passaggio danno una stirata nervosa alla propria attenzione ingurgitando caffeina. L'ambizione si misura dal passo sportivo, la frustrazione dalla piega della giacca.

Miguel, gambe-in-spalla, ghigno-da-guerra se ne va fischiettando, e cammina in linea retta con la misura ed il metodo del vecchio marciatore, macinando chilometri su chilometri di deserto urbano, sherpa delle pianure ad alta concentrazione di monossido, salutando con il dondolìo della barba polverosa il fiume di metallo che ronza e squassa e sputa, sempre più denso, mentre sale la marea dell'ora di punta.

Miguel, che non è sciocco nè nato-ieri, ha uno scopo ben preciso e serie intenzioni. La lunga astinenza lo ha reso scostante e fragile, ma non impotente, nè finito. Eccolo, mentre schiva l'ennesimo inutile passante, si ravvia i capelli lunghi ed unti: lo diresti un uomo agli sgoccioli, pronto a colare fuori dai propri stessi occhi acquosi, a disfarsi come un grumo dell'incomprensibile lordume metropolitano. E invece no, non ancora. Quello che si può o non si può fare è questione di memoria, più che di regole: Miguel, povero e strano, ha una gran collezione di trucchi, scorciatoie, magie. Si rimette in piedi in un attimo, e non si rompe a calpestarlo.

La maggior parte dei sorrisi sono aperture, come buchi, come finestre. Il suo è uno specchio: non ci passi attraverso, e la profondità che riesci a vedere è solo l'ennesima truffa. E mentre cammina, fischietta:




     (il conto tornerà, un giorno)

4.8.13

tu fingers

la perdita di sensibilità è un danno oppure una benedizione a seconda di quello che avresti potuto percepire se la sensibilità non fosse stata persa. Il fatto che tu non possa saperlo mai non aiuta a metabolizzare la cosa, e forse non c'è proprio nulla da metabolizzare.


Non mi sconvolge il fatto di essere a fondo fino al ginocchio nella melma. Ormai io e la melma siamo amici. Mi fa paura il fatto di essere solo, e la tua voce al telefono. Non sperare nelle resurrezioni: risorgi. Come me quando cambia il vento.

legba, minuscolo

27.5.13

"Una strana cosa, che forse è un sentimento e forse una sensazione, forse un senso e forse uno stimolo. Localizzabile con una certa precisione dentro l'essere umano piuttosto che fuori."

Charlie My, che era scettico riguardo al progetto MSO che in effetti alla fine è fallito prima di cominciare, provava a spiegarmi il senso di chiusura, quella strana cosa che forse [...] e che compensa il grande inganno del principio di realtà.
Ora, nel vuoto pneumatico del pensiero che mi manca, e che non è potente nè semplice, sono arrivato ad una conclusione: non ci è dato in questo mondo cibernetico (la parola è logora ed invecchiata, come succede a tutte le parole gonfie di entusiasmo quando le si lascia marinare abbastanza a lungo nel sugo acidulo della realtà) chiudere qualcosa. Non si stampa, non si chiude, non si totalizza. Le etichette sono provvisorie, gli esseri umani si aggiornano di continuo, le cose cambiano direzione.
La metaforica dell'adesso non sa che farsene di ontologie ingenue che individuano "cose" e lo "spazio" delle "cose". Come vada vada, le idee come gli oggetti si sbriciolano al tocco, e si lasciano dietro filamenti appiccicosi come bava di lumaca. Come si fa a dire "opera", come si fa a dire "testo" se tutto quello che i simboli fanno è incancrenire e diventare stupidi nell'ignoranza, o sfolgorare irradiando altro, altro, altro sotto i riflettori dell'attenzione?
Charlie My, che era scettico riguardo al progetto MJ che in effetti alla fine è fallito prima di cominciare, commentava con un ghigno i nuovi tentativi di formalizzazione dell'Interazione Umana sulla base dell'ingegneria elettronica. Trattare direttamente l'attenzione, la connessione, i campi di distinzione proiettati dagli "oggetti" che compaiono ormai solo come polarità era un'intuizione brillante. Il vantaggio principale: non dover più avere a che fare con il disfacimento degli oggetti teorici, ma solo con la torsione dei campi. I problemi di costruzione, di coerenza diventano problemi di direzione e traiettoria. I problemi del campo ideale diventano i problemi della pubblicità.
(Lo so che non mi sto spiegando, ma quando mai sono riuscito a spiegarmi come si deve su questo blog? Alla  fine stiamo trascinando in bellezza una serie di stronzate che servono ad ancorare nella serie cronologica la costruzione progressiva di una mitologia personale)
Ad ogni modo: il vantaggio della vecchia scuola, quella che cerca di chiudere, totalizzare, quella che cerca l'illuminazione che non è progressiva ma istantanea, che non si realizza pezzo pezzo ma in un colpo solo, e per la quale ci si può tutt'al più allenare ma non troppo a lungo perchè la vecchiaia ti fotte (protocollo Sick Boy), e richiede una socialità che non è attaccaticcia come una melassa, ma direzionata e decisa (protocollo Pinhead). La chiusura teorica è necessaria, ed il tutto si riassume ad una domanda:

Puoi affidarti completamente, con tutto ciò che hai di più complesso e caro, ad un essere umano? Ad un mucchio di esseri umani? Eppure è tutto quello che ti resta, quando la Verità è fuori discussione.

a proposito:

Namaste, Legba

17.1.13

prolegomeni a tutto crash #2

Direi anche che basta.
Il pattern generico di questo Blog è: un post ogni morte di papa, e stoccaggio dei miei anni-migliori in maniera avalutativa, melanconica, eccetera. Direi anche: basta.

Non so se stai leggendo questo, Caro Essere Umano, ma se lo stai facendo conviene che ti fai più attento, perchè dopo tanto, tantissimo tempo di mortificante silenzio è venuta la parte Veramente Importante.

La parte deprimente dell'essere umani è che non succede spesso. La tanto decantata specificità di noi bipedi cervelluti è un che di stressante, di incredibilmente dispendioso, di terribilmente doloroso, ed in definitiva nauseante. Droga a parte, certo. Sono tiepidi terribili assurdi momenti di ec-statica parossistica sincronia, nella quale la realtà è lì come sempre, (doppio-sempre in avanti ed indietro) ed è assolutamente perfetta. Ti leva il fiato eccetera. Ovviamente, non basta a giustificare tutto il trambusto, non solleva di un briciolo la bilancia dell'esistenza collettiva, nè niente. Non lo puoi nemmeno raccontare.

Certo, tu dirai: eccone un altro, un invasato bhikku fanatico da computer, che fa l'illuminato per raccattare due spicci di figa yogica e nella vitavera (come se la vita fosse mai Vera, povero scecco) si fa turbare persino da una fila alla posta. Un misero fuorisede troppo scolarizzato per la vita di merda che lo attende, un quindicenne se va bene, un ingenuo...
Dovresti venire fino quì a dirmelo. Non scherzo. Faremmo a pugni e poi faremmo notte, e poi limoneremmo duro e poi berremmo dell'Ayahuasca... Confrontarsi in qualunque altro modo sarebbe privo di senso.

La Cosa che mi divora i precordi non è vacuo sentimento, non è la crisi, non è la stupidità umana. Non che ciascuna di queste cose non sia sufficiente a masticare una dozzina dei miei compagni, ma all'occorrenza si naviga anche da soli, io ed Egeo. (a meno che lui non sia ubriaco, o abbia troppo sonno. Allora sono cazzi.) I miei compagni finiscono quasi tutti masticati comunque.
L'unica impresa interessante rimasta, in queste lande di dandy e di hippies è l'osservazione dell'umano, la derisione dell'umano, la definizione dei limiti di tolleranza, la cartavetra del e sul linguaggio. Uso il singolare perche tutte queste cose sono una, quella che ho detto prima (mentre non ascoltavi)

Io cambio direzione ogni venti secondi, non sono soddisfatto mai, nemmeno se mi riempi di Blue Devil e mi molli al confine con il messico. Sono infantile. Io voglio la cazzo di merdosissima Verità per graffiarle via il ghigno dalla faccia. Io voglio tutto. Questo è tutto quello che devi sapere, se vogliamo metterci in affari.
Se i termini della cosa non ti sono chiari rileggi questo:                           http://ed433800m.blogspot.it/2010/12/no-more-math.html

Per il resto: Suerte, hermano. Ci vediamo dall'altra parte

7W

Ti prego.
Come quando manigiunte ginocchiatterra masticavo la cinghia per non urlare, mentre le grida diventavano microspasmi delle palpebre pallide.

Nella mia stanzetta ripeto le sette parole che mi hanno insegnato da piccolo, quelle che servono a convincere chiunque a volermi bene. Funzionavano, questo me lo ricordo, in quelle splendide giornate molto lontano da qui, quando la collina era piena di verdura arrapata, l'aria piena di polvere e fumo.
Dalla mia stanzetta si vedono le colline. Altre colline, non la nostra collina. Chissà com'è ora, la nostra collina. Ho giurato che ci sarei tornato, l'ho giurato e la mia pelle era tutta diversa, i capelli più lunghi. Non portavo il saio nè la divisa, allora. Non avevo paura delle parole come ho paura ora. Ridevo sempre. Ora no.
Non sono mai stato su quelle colline, su quelle luride colline nebbiose piene di cantieri e di polvere e di lampioni e di macchine, che si vedono dalla mia stanzetta. Sono sicuro che ci sarebbe noia e dolore, e poi ancora noia. Mi sentirei inutile e perso (come già ora) ma meno comodo, meno al sicuro.

Non ci andrò mai più, adesso.
Nella valigia finisce qualche vestito, mezzo chilo di cianfrusaglie tintinnanti, ricordi e ninnoli, e poi libri, appunti, le foto dei morti e la statua votiva (ESHU!)

Non volevo essere triste mai, questo avevo giurato. E sarei tornato. Avrei avuto sempre la forza di tornare (questo era sottinteso). Come una particella in orbita, senza massa, senza stanchezza, senza nulla. Affilato al punto da ignorare ogni resistenza. Sarei tornato.
Ho pensato spesso di aver fallito, non te lo nascondo. Te lo ho anche detto, in lunghe lagrimevoli conversazioni occasionali. Ti sarai vergognato di me.

E adesso, indovina? Torno.
Non lo sapevi? Arrivo, sto arrivando. Le stazioni passano una dopo l'altra come un conto alla rovescia. Arriverò. La collina aspetta. Ti dirò le mie sette parole, e tu mi riconoscerai. Le ho conservate per te.
Le ho conservate, ripetute ogni giorno, ogni momento, fra un respiro e l'altro.

Ti prego, aspettami ancora dieci minuti.
Ti prego, come una volta.
Aspettami.