27.8.11

Klausewitz lounge bar

Era l'alba, la colonna marciava fra i rovi ed il torridume polveroso, su per certe stradicciuole torte che facevano la corte al fianco del monte.
Cinquanta metri più sopra, Vapore prendeva la mira.
Era stata una fredda notte, la colonna ondeggiava di quà e di là. Piedi piagati, schiene curve sotto zaini di tela. La pendenza della montagna si faceva più ripida. Ora i soldati in fila camminavano su una specie di terrazza tagliata nella roccia. Il versante sud della mondagna a quel punto si piegava su se stesso, e formava una gola.
In fondo alla gola si udiva il gorgoglìo confuso del torrente, poco più che un ruscello che a furia di scorrere si era scavato una fenditura profonda e stretta nella roccia. Non si poteva vederlo, tuttavia, nascosto come era dal fogliame di alberi opportunisti e coriacei, cresciuti là dove potevano trovare un pò di umidità.
La colonna avanzava lentamente. Portavano cappelli con la visiera, fazzoletti intorno al collo. Portavano stivali rotti, divise logore.
Cinquanta metri più sopra, Vapore prendeva la mira.
Con un occhio chiuso, li guardava. Non uno sguardo sereno, spalmato sull'immagine come pennellata. Non uno sguardo vagante, inquieto, in cerca.
L'altro occhio, aperto, dietro la tacca metallica del mirino, lo sguardo di Vapore come un proiettile potenziale. Uno dopo l'altro, li fruga. Occhi semichiusi, sudore denso, scuro attraverso le camicie. Lo spazio bianco in mezzo alla fronte. Immaginare un ogiva.
La colonna si arrampicava lentamente, la mulattiera era stretta, a ridosso del costone di roccia. Dall'altra parte il vuoto.
Vapore li osserva sfilare dall'altra parte della fenditura, avvolto nella sua coperta.
La colonna sbanda un po' poi si riprende. Arrancava, procedendo stancamente. Sono stanchi, i ragazzi, il capitano si riconosceva dalla lunga barba brizzolata, e andava avanti per primo. La fronte aggrottata, occhi neri. Non c'erano ordini da dare. La guerra è questione di chilometri, talvolta.
Vapore pensa un pensiero triste, un suono garrulo e solitario annuncia il sole che ormai viene inarristabile, gialloarancio, e stampa sulla roccia l'ombra della colonna, macilenta fila di spettri, carne e sangue in copia carbone.
Il capitano sollevò la testa, si guardò in torno, stava per dare un ordine, poi ci ripensò. Il terzultimo soldato della fila inciampò e quasi cadde. Un ragazzino, forse diciassette anni, capelli rossi, occhi chiari, una bocca piccola e carnosa. Pallido, una striscia di garza lorda di sangue gli stringeva la coscia destra. A tratti gemeva, piano.
Vapore e la sua pupilla lineare. Respirare lentamente, appoggiare l'indice sul grilletto, scegliere.
La guerra a volte è questione di immobilità e silenzio. Di pensieri appena accennati, troppo sottili per precipitarsi in parole. Di sguardi che non sono sguardi.
Il colpo di fucile echeggiava nella fenditura come un boato.
Un uomo cadde, la colonna sbandò. Ordini urlati per rimetterla insieme echeggiavano sulle superfici di pietra.
E allora?


-Allora uno in meno.

1.8.11

Dead Zoo

La sincerità è roba da persone sedute.
Se però devo essere sincero, essere sincero non era il motivo principale di questo testo.
Nè chiaro, se è per questo...
Nè chiaro, nè sincero: quasi un vanto.
Tante cose cambiano, altre rimangono immobili al loro posto. Ma è l'interazione di alterazione e permanenza a giustificare il concetto di Metamorfosi.
Per esempio: Marcus prende una fionda, di quelle con il sostegno per il braccio, una bella fionda di acciaio brunito ed opaco, con l'elastico spesso e cilindrico.
Ovviamente, l'oggetto non ha nulla a che vedere con il rametto biforcuto in mano al preadolescente perso fra i vigneti.
Mi mostra le biglie d'acciaio, sorride. Tenendo ferma fra l'indice, il medio ed il pollice della mano destra l'estremità dell'elastico, distende lentamente verso il basso il braccio sinisto, assicurato alla fionda. Quando l'elastico è teso, solleva il braccio, chiude un occhio per prendere la mira.
E infila dodici grammi d'acciaio attraverso venti metri d'aria, un casco, una fronte e quattro dita di cervello.
Intorno, qualcuno urla qualcosa, c'è molto fumo.
Dall'altra parte della piazza un uomo è caduto a terra, suoi compagni lo soccorrono. Altri cominciano già a battere di nuovo sugli scudi di plexiglass con i manganelli, si riorganizzano.
Uno è già al telefono.
Marcus sorride, alza le braccia.
Gli sparano.
E quindi?