19.12.14

In Extremis

Non studio, non lavoro, non guardo la TV, non vado al cinema non faccio sport. Leggo e scrivo, leggo e scrivo, che di tutte le cose che mi hanno insegnato so rimasto capace solo a leggere e scrivere. Non ti preoccupare: qualunque cosa tu faccia sei meglio di me, da qualunque punto di vista la guardi. Non ho nessun motivo per sentirmi migliore, nessuna arroganza rimasta, niente da dimostrare, che ormai l'ha capito pure mia nonna che sono un cialtrone. Per cui perdonami se ti odio alla disperata, e quel po' di cervello rimasto lo lascio a mollo nel rancore tutta la notte, poi al mattino lo ripesco e te lo strofino sulla faccia.

Ho ritrovato un tema di mia sorella da piccola che parla di me. C'è scritto quanto ero disperato, c'è scritto che ero un'artista. Indovina? Ho smesso. Ho smesso tutto tranne le cattive abitudini. E non è che mi manchi poi tanto: io quando smetto smetto per bene, smetto per sempre. Finisce la voglia insieme al talento, finisce il veleno insieme all'esplosivo, finisce tutto, finisce bene.

Ora  non studio, non lavoro. Ogni cosa mi sa di schifo e putredine. Ogni volta che incrocio gli occhi di uno che mi vuole bene mi vergogno, perché io lo so e lui no, che non c'è rimasto nulla a cui volere bene. Il mio me di una volta, bello arzillo, ogni tanto ancora lo imito, ma lo sappiamo benissimo che è da qualche parte a marcire, belle speranze e tutto.

Le volte che mi incazzo, mi incazzo con lui, con la povera salma, per quello che non ha fatto, per quello che avrebbe potuto fare: con un po' più di voglia, con meno pigrizia, con un'altra testa... ma poi capisco che era tutto, che il sorriso e la camminata sghemba e un paio di giorni tutto sommato non schifosi erano tutto quello che si poteva volere, tutto quello che avrei potuto dare. Che tutta sta lotta alla fine s'è ridotta a quattro spinelli e due discorsi sconclusionati. Che non c'è niente, più niente da fare, se non rifare il verso al mio me di una volta, per scrostare ancora due soldi dai muri. L'elemosina alla memoria, a venticinque anni, brucia le budella.
Fingere con i parenti e gli amici di essere ancora il ragazzino di allora, sotto la barba. Riscuotere gli ultimi tagliandi di una rendita che è scaduta da un pezzo. Crederci ancora per mezz'ora, perché è l'unica cosa da fare, e poi sbatterci la faccia, ancora, ancora.

Dovrei partire. Me lo dicono tutti. Dovrei provare a fare questo. Dovrei provare a fare quello. In fondo, dicono tutti, i numeri li ho. Ma non lo sanno, e non lo devono sapere, che i numeri scorrono al contrario da un pezzo, fine di un gioco che non ho giocato io. Che non ce n'è, e forse non ce n'è mai stata. Che mi sento come uno che ha corso la maratona, e invece si è appena alzato dal letto. E in fondo, bambino che sono, vorrei ancora alzare le braccia, esultare, e crollare a terra nel boato della folla. E invece tutti mi guardano per capire com'è che sono così stravolto. E io capisco che la parte dura deve ancora venire. E capisco che non ce la farò. E spero di riuscire almeno ad andarmene in gloria, non trascinandomi stempiato e triste, ultimo della fila. (E ho paura. Una paura folle e paralizzante di fallire ancora, ancora.)

Dove ho sbagliato? Il bello è che non me lo chiedo. L'unico pezzo ancora vivo di quell'imbecille che ero, l'unica scheggia intatta, è nella brutale convinzione di essere nel giusto, di essere sempre stato nel giusto. E allora, come dicevo, vi odio. Odio duro, odio disperato. E quando mi chiedono che lavoro voglio fare rispondo "il rivoluzionario" e aggiungo "non per un mondo migliore. Per ammazzare la gente, la gente ricca, grassa e gonfia, che ha deciso i termini di una realtà che si chiama ricatto". E allora mi guardano con compatimento, e mi mettono la mano sulla spalla, e dicono: "E' un peccato. Uno come te..." e mi ricordano che sono un privilegiato. Che sono agiato, in fondo, quasi un piccolo borghese. E che c'è chi sta peggio. E che sono dotato. E che i miei, da piccolo, mi hanno voluto bene. E che alla fine sono in paro. Beh, quasi in paro, ora che sono uscito da qualche mese.

E io li odio. Li odio perché non so rispondere, perché la verità non gliela posso dire. Perché la verità è che li odio, e che il senso di ingiustizia che mi divora a volte diventa veramente arroganza, e la fame di sintagma diventa sete di potere. E io li odio perché questa cosa mi cambia, e mi fa pensare brutti pensieri. Li odio perché alla fin fine gli faccio pena, e dietro il fargli pena lo vedo, nei loro occhi, che si sentono rassicurati e felici. Perché in fondo una volta mi rispettavano, e qualunque cosa stiano soffrendo ora, il fatto di trovarmi così a pezzi, quasi liquido, li consola. Un altro che morde la polvere, come dice la canzone. Soprattutto se sono amici e colleghi, gente che mi ha zompato nella rincorsa all'accademia e pensava di non riuscirci. Li ho stupiti, credo. Tradito aspettative. Alcuni me lo dicono apertamente: non pensavo tu fallissi.

E invece ho fallito. Lo sai? Non lo sai ancora? Ho fallito. Broadcasting odio dalla mia cameretta di adolescente, ora che ho quasi trent'anni e nessun futuro, e niente di fatto.
Ma non ti illudere,
Che se continua così.
.

16.12.14

Most Wanted

Centro del desiderio, 00.01, giovedì notte

Trascinando i piedi sulla superficie liscia della piazza, incastro perfetto di lastre minerali smerigliate di forma ineguale secondo le linee contorte di un labirinto decorativo, il Boemo procede dall'angolo sud-est all'angolo nord-est, lungo il bordo segnato dal muro laterale dell'Enantiodromo.
Di tanto in tanto, sentendo un mancamento venire dal basso ventre e propagarsi come eco di sbigottimento organico, cerca brancolando la superficie del muro alla sua destra con le dita, e vi si lascia cadere conto. La mano sinistra stringe in un pugno informe l'impermeabile all'altezza del plesso solare, preme verso l'interno, la spina dorsale è percorsa da un framito, il mento ispido ed affilato si incassa, punta lo sterno.
Eppure, in tutto questo disordine organico di sommovimenti parassitari e collaterali, il Boemo non smette di sorridere, le labbra sottili e screpolate tirate sui canini gialli ed affilati. La prima volta, è poco più che un barcollare: sembra solo un altro ubriaco, agli sparuti passanti che traversano secondo traiettorie rettilinee la piazza, questo individuo alto, vestito di un lurido pastrano grigio.
La seconda, mentre gli spasmi si fanno più forti, il Boemo si appoggia al muro pesantemente, prima con la spalla e poi con la schiena. Solo con uno sforzo sovrumano riesce a rimettersi in piedi, e gli sfugge un gemito che assomiglia ad un latrato, suono scabro e urticante del dolore.
Il passo si fa sempre più lento ed incerto: ogni volta, la gamba si lancia in avanti come un sacco di sabbia bagnata, atterra pesantemente, il corpo la segue a fatica. Ma l'uomo è già quasi in fondo, la destra protesa per appigliarsi alla ringhiera che segna il limite settentrionale della piazza, preservando gli sbadati da un tuffo di venti metri in direzione del traffico frenetico e perennemente congestionato di Via Tzu. Quasi. Perché proprio quando manca così poco, una distanza risibile da misurare in centimetri, le gambe lo tradiscono.
Il boemo cade: il ghigno teso si trasforma in una smorfia di stupore, sopracciglia sollevate e bocca aperta, mentre le dita mancano la ringhiera, e gomiti, anche, ginocchia, naso e fronte colpiscono in sequenza il suolo liscio.
I passanti sparuti si tengono lontano: impossibile non notare l'uomo la cui sofferenza è tanto esibita. Ma perché avvicinarsi? Non c'è evidentemente nulla da guadagnare, e molto da perdere. E se fosse malato? Nella metropoli affollata, la paura del contagio supera perfino la diffidenza per gli esseri umani marginali che il sistema produttivo rigetta ma non respinge, e finiscono per formare sacche purulente nel tessuto altrimenti sano della crudeltà istituzionalizzata.
Il boemo, caduto, si raccoglie su se stesso, nella prima delle posizioni che ha appreso, come un feto esaurito, ossuto, consumato. coperto dal pastrano che lo trasforma in un bizzarro fagotto. Un rantolo rauco e sordo gli scuote il petto, prima violento, poi sempre più flebile.
Infine, più nulla.

7.10.14

(Click. Bang. Crash.) End.

Il suono in quattro tempi dell'eternità mi prude dietro le orecchie, su per il mesencefalo.
Ci sono delle cose che non si imparano, delle zone più rigide, più opache, come calli nel funzionamento psichico generale. Puoi solo girarci intorno, tentare tastando, come quando un'escrescenza emerge dal cuoio capelluto durante la notte, e nonostante tu non riesca a vederla rimane lì, inquietudine marginale che destabilizza le euforie e rende ridicole le sofferenze.

Io odio essere impreciso, dire; "delle cose" piuttosto che pronunciare nomi. Eppure vi sono cose rispetto alle quali l'atto stesso della nominazione è imprudente, dannoso, blasfemo.
Dopo tutto posso assumere l'atteggiamento che preferisco, ma resto umano. Una realtà che non si cancella, obsoleta ed estenuante, alla quale non ci sono rimedi né alternative.

Adesso farò finta di stare per sussurrarti un segreto: tu socchiudi gli occhi e cerca dentro di te del pudore, se te ne rimane. E lo so che questo non è il luogo, non è il tempo, non è lo spazio né il modo, ma te l'ho già detto: sono umano. Se provassi ad aspettare il momento giusto di me non resterebbero che ossa secche sul ciglio della strada circolare dell'illuminazione.

Di me non resta che una piccola palla di odio infantile in un secchio di disperazione.
Ti ricordi di quando ero antiproiettile? Beh, non mi ha sparato nessuno.
E ho scoperto di essere solubile.

2.10.14

Vaffanculo

Vaffanculo
Vaffanculo
Vaffanculo
Merda

1.10.14

More is more

Va bene, va bene, fratellino.
Adesso ti spiego come funziono: apro la vena e faccio uscire tutto, tutto in una volta, una volta per tutte.
Qualcosa finirà per macchiarsi: è naturale. Il sangue marcirà, inizierà a puzzare. Come un intenso desiderio di altrove, quando lo sfinisci a furia di polaroid di La Palma, infilate su per un cavo fino al tuo schermo, e poi su per il culo del tuo cervello. (Si, il cervello ha a sua volta un culo, proprio apposta per fare usare a me certe metafore misogine dal traumatismo stupratorio.)

Io non sono uno felice. Non sono uno di quelli che si fanno le foto sorridenti circondati da amici. Io, infatti, non ho tanti amici. Una volta (e trovi anche le tracce su questo blog, a scavare abbastanza a fondo) non pensavo di averne affatto: mi sbagliavo. Stavo solo confondendo l'amicizia con una cosa più rara, una sorta di connessione psichica diretta, una consonanza di sensi e pensieri quasi impossibile a realizzarsi. Una Follia Anomala, Sottile.

Fatto sta che non ho molti amici. Gli esseri umani, questi sacchi di pelle con dentro della materia elastica, della materia calcarea, della materia fluida, della materia molle, della materia sottile, mi annusano addosso a certain special blend of inadequacy.

Lo so, fratellino. E' inutile che ora ti metti a gemere. Lo so benissimo che questa del disadattato è una posa tanto comune da trapassare in stereotipo, e persino in buona educazione. (La faccia triste del lavoratore della conoscenza: suscita tenerezza, istinto materno, simpatia. Giustifica l'autocommiserazione, che è a sa volta un modo quasi-efficiente di gestire le pressioni immani e la eco universalmente diffusa di un messaggio possente che ti dichiara inutile)

Che cosa dicevamo? Ah, si. La verità.
La verità non è quella cosa che "ci devi fare i conti". La verità non si conta.
La verità non è quella cosa che "giuro solennemente di". La verità non si giura.
La verità non è quella cosa che "in verità in verità vi dico".

La verità non è un principio di realtà, non è un principio di onestà, non è un principio di consolazione. La verità è una missione divorante, A-poros, la strada sbarrata, a-tekmos, l'illimitatezza degli sforzi.

Cosa devo dirti? Sei un altro dei miei? Sei un altro dei loro? Ha importanza?
Quello che devo dirti è: stai attento. Abbi orecchie dietro ogni angolo, occhi dietro ogni veneziana. Stai attento. Sto venendo a prenderti. Io sia dannato se mi vedrai arrivare.

3.9.14

Prima sequenza

invocazione di apertura
Laborioso e livido, il povero cristo viaggia a velocità iper-luce lungo i percorsi tortuosi della salvezza, incurante degli spigoli acuti che - infatti - gli arrivano in faccia. Avalokitesvara ci protegga dall'eccesso razionale e dalla regressione urlante.

prima condizione
Se ti fermi a pensarci, lo spazio nel quale si muovono i miei oggetti di studio è uno spazio di interazione, indissociabile dalla temporalità narrativa. Ciò significa che si tratta di spazi intrinsecamente direzionali. Spazi eventuali, vale a dire segnati dagli eventi, e che non possono pre-esistere ne resistere in una qualche forma di ciclicità predittiva.
A meno che qualcuno non si fermi. A pensarci.

seconda condizione
Esistono miriadi di modalità di calcolo del rischio. Di fronte all'ignoto, tuttavia - quella speciale forma di ignoto che si presenta come necessità, e dalla quale la sincerità dell'impulso creativo-espressivo-fàtico non può prescindere - il calcolo del rischio porta di necessità ad una empasse. Ciò che si conosce e ciò che si muove oltre non possono che ricevere due letture discordanti. Colui che si muove dall'una all'altra lo fa senza ritorno. Vale a dire: non può contare su una ciclicità totalizzante. Può costruirne una fittizia fermandosi a pensare, vale a dire esercitando la forma di pseudo-pensiero che in fondo conta di poter sopperire all'ulteriorità con i propri mezzi. Cattiva metafora, sive metafisica, (sive jogging, se capisci cosa intendo. Sennò non fa niente.)

prima elaborazione-evento
Cado, come cade un sasso. Consapevole che sono e sarò, e le mie dipendenze dispiegano intorno a me come l'aprirsi di un orizzonte. La realtà è pelosa, sviluppa coerenze ed irregolarità imprevedibili. E poi si muore.

terza condizione
Il pensiero si muove inosservato. Immaginarlo come serie unica di operazioni conseguenti è pura mistificazione. Nè è efficace la riduzione a passività: io sono pensato. Lascia fuori il problema della totalità, che per essere riproponibile credibilmente oltre il limite esistenziale degli individui deve possedere uno statuto.

seconda elaborazione-evento
Nel concreto, la storia del sergente maggiore Legba sembrava finita. L'insegna scivolata da qualche parte, in un anfratto di un aereoporto irlandese. O presto raccolta e distrutta. Le voci disperse. Gli ideali ammorbiditi.

Prima allusione
Ma no, no. Si impara che non c'è un unica via di marcire. Che la strada che sembrava dritta è tortuosa. E' destino di chi cammina lungo il margine della ruota imparare costantemente le stesse cose. E dunque squarciare l'illusione dell'apprendimento-incisione.

prima estasi-evento
Il mio cuore è pieno di amore. Esseri umani di ogni dove, vi ringrazio, vi rendo grazie. Siete cose meravigliose, crudelissime macchine di desiderio e timore. Tocco il pavimento con la fronte, e rinuncio ad ogni sete di potere.

prima costante
l'estetica precede l'etica, come il significante precede il significato, come le mosche sulla merda. L'unica realtà è il sintagma.

invocazione finale
Salute ai sassi, alle pietre, ad ogni essere vuoto e sveglio. Che Avalokitesvara ci protegga dalla realtà e dal sogno

19.3.14

Flux


Oh my whole Blue Devil.

Non mi sorprende che la povera rana speri di cavarsela con così poco. Tu, tuttavia, con una colonna vertebrale ed un paio di estremità articolabili, dovresti essere più fragile, più sensibile alle fratture, all'emersione della discontinuità, in una parola: alla necessità del dolore.

24.2.14

Legba



Ancora ed ancora.

cicli

I cicli dell'esistenza non smettono di portare il basso verso l'alto, e l'alto verso il basso.
Così, come in una ruota idraulica, l'acqua si solleva e l'aria affonda. Piccole sfere ne sono il risultato: piccole sfere di acqua nell'aria, piccole sfere d'aria nell'acqua. Chiamiamo le prime gocce, le seconde bolle.

Se la prima volta che ho dato alla parola rinascere un significato privato avessi saputo di stare solo aggiungendo uno strato, un colpo, un giro all'eterna ruota, l'avrei fatto ugualmente?
Il mondo è l'inesauribile che ci si propone di esaurire.
La morte è una truffa.

Se non ci fossero più libri da impilare, quale disperato balbettio resterebbe ai filosofi?
L'attaccamento è una trappola.
Non si può raccogliere il contenuto del pensiero. Con quali mani si aprirebbe la scatola? Ed in quale altra scatola si potrebbe metterlo?
Se adesso mi sdraio un po' e rilasso il respiro verrò inghiottito dal sonno
La mia mente silenziosa esaurirà per me l'inesauribile.
Il resto verrà da se, come sempre viene.
E ciò che è perso verrà ritrovato, come una goccia che cade o una bolla che sale.

1.2.14

Raccoglimento

Mi senti? Io mi sento.
Il fatto che solo io mi senta in modo appropriato, lo percepivo come un'ingiustizia. Ora comincio a farci il callo.
Ora che ci ho fatto il callo, anche io comincio a non sentirmi.
Ti interessa la storia dei concetti? Non ti tormenta il non sapere che cosa provi?
Ma lo sai, certo che lo sai. Come potresti non saperlo?
Forse, se tu avessi fretta, ed un lavoro da svolgere.
Forse, guardando la TV.
Ci sono diverse versioni dell'empatia. Utilizzi possibili della propria coscienza.
Una è quando sai come ti senti, ed utilizzi questo sapere per capire un altro, tutti gli altri: questo si chiama "essere la misura di tutte le cose".
Una è quando osservi il mondo, e poi utilizzi le osservazioni per capire come ti senti. Questo si chiama "essere lo specchio di tutte le cose", o anche "Essere ciò che si è"
Una è quando osservi il mondo, lo percorri, ed ogni cosa che esso ti offre la metti fra te ed il modo in cui ti senti, fino a non sentire più. Questo si chiama "Alienazione"
Una è quando l'evidenza della tua propria vita e la verità del mondo non vanno d'accordo, e l'evidenza vince. Questo si chiama "schizofrenia", o a volte "abbrutimento"
Una è quando come ti senti non importa, e neanche il mondo. Questo si chiama: "non essere".
Ma ve ne sono altre.
Come potrei dominare la totalità se non posso sollevarmi al di sopra di essa?
La rivoluzione non è un concetto, né un gesto. 
La rivoluzione è il simbolo vago della pulsione totalizzante.

15.1.14

La regola Moburg

Al risveglio avevo questa strana pressione fra le tempie. Come se una tonnellata di mistura assassina a 470° fosse in qualche modo penetrata fra le circonvolute insenature degli spazi molli del cervello, e se ne stesse li, a bruciare, indisturbata.
La prima cosa che mi venne in mente, era un pensiero ben netto. Tutta la serie sfumata del dormiveglia si era stemperata in una pappa acida e fastidiosa, solo le punte avanzate, solide ed affilate della speculazione resistevano all'erosione.
Il pensiero in questione mi era noto, non era la prima volta che tornava a visitarmi, penetrando la superficie della coscienza con l'aria di fregarsene del disturbo arrecatomi.
Diceva: "Essere umani è una condizione provvisoria, soggetta a variazioni. La libertà non è scontata. Così come sarebbe un azzardo definirmi umano."
La mia reazione fu quella solita: biascicando ripetei come un mantra "merda", la parola fecale che è insieme supremo sprezzo ed asserzione di presenza, offesa e fetore ed orgoglio.
Mi trascinai in cucina, faticando non poco. I pochi rimasugli della sera prima sapevano di carbone. "merda".

La decisione di smettere di esistere per un po', coadiuvata dall'influsso dei calmanti e delle vitamine, mi ridusse presto al silenzio. Meglio così.
"Non si può comporre e decomporsi allo stesso tempo, se non si ha la stoffa sufficiente.
E quella non te la servono in nessuna bettola del pianeta."
Così disse Moburg. Così è.