16.12.14

Most Wanted

Centro del desiderio, 00.01, giovedì notte

Trascinando i piedi sulla superficie liscia della piazza, incastro perfetto di lastre minerali smerigliate di forma ineguale secondo le linee contorte di un labirinto decorativo, il Boemo procede dall'angolo sud-est all'angolo nord-est, lungo il bordo segnato dal muro laterale dell'Enantiodromo.
Di tanto in tanto, sentendo un mancamento venire dal basso ventre e propagarsi come eco di sbigottimento organico, cerca brancolando la superficie del muro alla sua destra con le dita, e vi si lascia cadere conto. La mano sinistra stringe in un pugno informe l'impermeabile all'altezza del plesso solare, preme verso l'interno, la spina dorsale è percorsa da un framito, il mento ispido ed affilato si incassa, punta lo sterno.
Eppure, in tutto questo disordine organico di sommovimenti parassitari e collaterali, il Boemo non smette di sorridere, le labbra sottili e screpolate tirate sui canini gialli ed affilati. La prima volta, è poco più che un barcollare: sembra solo un altro ubriaco, agli sparuti passanti che traversano secondo traiettorie rettilinee la piazza, questo individuo alto, vestito di un lurido pastrano grigio.
La seconda, mentre gli spasmi si fanno più forti, il Boemo si appoggia al muro pesantemente, prima con la spalla e poi con la schiena. Solo con uno sforzo sovrumano riesce a rimettersi in piedi, e gli sfugge un gemito che assomiglia ad un latrato, suono scabro e urticante del dolore.
Il passo si fa sempre più lento ed incerto: ogni volta, la gamba si lancia in avanti come un sacco di sabbia bagnata, atterra pesantemente, il corpo la segue a fatica. Ma l'uomo è già quasi in fondo, la destra protesa per appigliarsi alla ringhiera che segna il limite settentrionale della piazza, preservando gli sbadati da un tuffo di venti metri in direzione del traffico frenetico e perennemente congestionato di Via Tzu. Quasi. Perché proprio quando manca così poco, una distanza risibile da misurare in centimetri, le gambe lo tradiscono.
Il boemo cade: il ghigno teso si trasforma in una smorfia di stupore, sopracciglia sollevate e bocca aperta, mentre le dita mancano la ringhiera, e gomiti, anche, ginocchia, naso e fronte colpiscono in sequenza il suolo liscio.
I passanti sparuti si tengono lontano: impossibile non notare l'uomo la cui sofferenza è tanto esibita. Ma perché avvicinarsi? Non c'è evidentemente nulla da guadagnare, e molto da perdere. E se fosse malato? Nella metropoli affollata, la paura del contagio supera perfino la diffidenza per gli esseri umani marginali che il sistema produttivo rigetta ma non respinge, e finiscono per formare sacche purulente nel tessuto altrimenti sano della crudeltà istituzionalizzata.
Il boemo, caduto, si raccoglie su se stesso, nella prima delle posizioni che ha appreso, come un feto esaurito, ossuto, consumato. coperto dal pastrano che lo trasforma in un bizzarro fagotto. Un rantolo rauco e sordo gli scuote il petto, prima violento, poi sempre più flebile.
Infine, più nulla.

Nessun commento: