Il suono in quattro tempi dell'eternità mi prude dietro le orecchie, su per il mesencefalo.
Ci sono delle cose che non si imparano, delle zone più rigide, più opache, come calli nel funzionamento psichico generale. Puoi solo girarci intorno, tentare tastando, come quando un'escrescenza emerge dal cuoio capelluto durante la notte, e nonostante tu non riesca a vederla rimane lì, inquietudine marginale che destabilizza le euforie e rende ridicole le sofferenze.
Io odio essere impreciso, dire; "delle cose" piuttosto che pronunciare nomi. Eppure vi sono cose rispetto alle quali l'atto stesso della nominazione è imprudente, dannoso, blasfemo.
Dopo tutto posso assumere l'atteggiamento che preferisco, ma resto umano. Una realtà che non si cancella, obsoleta ed estenuante, alla quale non ci sono rimedi né alternative.
Adesso farò finta di stare per sussurrarti un segreto: tu socchiudi gli occhi e cerca dentro di te del pudore, se te ne rimane. E lo so che questo non è il luogo, non è il tempo, non è lo spazio né il modo, ma te l'ho già detto: sono umano. Se provassi ad aspettare il momento giusto di me non resterebbero che ossa secche sul ciglio della strada circolare dell'illuminazione.
Di me non resta che una piccola palla di odio infantile in un secchio di disperazione.
Ti ricordi di quando ero antiproiettile? Beh, non mi ha sparato nessuno.
E ho scoperto di essere solubile.
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