28.2.09

infocalisse

Aspetto un segnale.

La rete di contatti che è il mio mondo ha la forma e la funzione di un gigantesco parcheggio sopraelevato.

Mastica questo, poi sputa.

Sentirai i sapori confondersi con gli odori, e mescolarsi ai suoni, ai colori.

26.2.09

Mulambento

Sai che c'è?
Sono le due di notte, e io sono quà.

Oggi lezioni di negritudine ai pivelli.
Sai che c'è? Tu giri a vuoto, e io sono la vertigine.
La mia bontà arriva a tre. Il quarto colpo morde la carne.

Amici io e te?
Naaahhh... E' più divertente quando solo il più malandro resta in piedi.

Non farti fregare, resta sveglio, fai attenzione.
Legba è dalla mia.
E in roda questo ha sempre contato.

24.2.09

Loop

il loop è perfetto, squallido.

Come una sciabolata in steady, come l'immobilità dello sguardo.
All'inizio bisognava autoindurre la trance, andare a fondo, risalire con le sinapsi intrise di sogni salati.
In mente, lampeggiava ancora la luce degli abissi.
Rivelazione di enormi occhi bianchi traslucidi, senza palpebre.

Poi, col tempo, imparata la strada, il processo si è fatto automatico, involontario, incontrollabile. Rapido come perdere l'equilibrio, scivolare giù dalla realtà in tuffo.

Ogni tanto mi fermo, svengo e rivengo troppo in fretta per rendermene conto, troppo in fretta per cadere.
Una specie di dissolvenza. So che c'è qualcosa oltre il velo, so di averlo visto, ma la mia memoria non trattiene nulla

Conservo odori, conservo frammenti di immagini aliene.
Torno a galla con il cranio che rimbomba, il corpo vuoto.
Rilassamento muscolare profondissimo.
L'impressione vaga che siano passati secoli, ere, millenni dall'ultima percezione del corpo.

A volte invece cado a terra, e quando riapro gli occhi sento il dolore del colpo senza ricordare la botta. Niente adrenalina, niente di niente.
Un cadavere bastonato e riportato in vita.

Un giorno, all'improvviso, in uno di questi tremendi assoluti momenti, il mio spirito perderà la strada, si perderà nel profondo. Sedotto dalle dolcezze di laggiù, non avrà più nostalgia.

E morirò, dissolvendomi così nel Loop, che è squallido, perfetto.

22.2.09

Interludio #4

Ho visto un uomo, in piazza del campo.

Era un uomo senza panciotto, e nel panciotto che non c'era mancava anche l'orologio. Nella tasca inesistente del panciotto mancava, cosa assurda, una cipolla d'argento, finemente decorata.

Dovevo sembrare assai straniato, oggi, in piazza del campo. Guardavo passare un uomo senza panciotto.

Il truffatore, si comportava però esattamente come se avesse addosso un panciotto. La camminata, il passo, i gesti, i capelli, la camicia, le scarpe, lo sguardo, le mani, rimandavano corali ad un particolare focale, ad un momento culminante dell'essere. Un panciotto. Assente.

Da qualche parte, oggi, un panciotto mancante, con nel taschino una cipolla d'argento finemente decorata, se ne stava scomodo e pressante allacciato intorno ad un uomo palesemente inadatto, che non avrebbe saputo mai che farsene. Un uomo che gli altri avrebbero guardato passare, a Praga o a Singapore, o Lucca, o Terni, pensando "cosa ci fa quel tipo con un panciotto?"

Fui triste, per un po'. Poi le nuvole scoprirono il sole, e l'uomo senza panciotto girò l'angolo


18.2.09

Boston Laurence

dolore al massiccio centrale nervoso.
Il resto è a posto.
La tensione svanisce, si ritira come la risacca, gorgogliando via. Mi lascia sulla spiaggia, sabbia fine come polvere fra le dita.
Hai mai guardato il cielo all'alba, stando steso sulla spiaggia? Lui ti guarda dentro profondissimamente. Le nuvole sono veloci.
Lentamente, arrivi a dimenticare qualsiasi colore. Ogni rosso, ogni porpora, ogni giallo.
Solo luce, limpida, azzurra. E qualche nuvola dalla pipa da oppio di Dio.
Non sono altro che carne bianca, cera morbida.
Sento il peso esatto del corpo sulla spiaggia. Ascolto il respiro, lento.
Ma nessuno dei due è davvero mio, nessuno dei due è davvero me.
Io sono il cielo, le nuvole, la luce.
Io sono l'alba, la risacca.
Io sono il mare.
E ho smesso di cadere, e sono fermo.

16.2.09

S.T. range

Altrochè, se fa. Fa da matti.
La prima è gratis. Pacca sulla spalla, sorriso lucido e qualcosa fatto scivolare nel bicchiere.
Giù d'un sorso. Il rettile, quì, annuisce continuando a sorridere.
Lui lo sapeva già, aspettava i segni come un giovane augure al suo primo intestino.
Ma questo è stato tanto, tanto tempo fa.
Ridicolo, ricordarsene oggi.
I miei personaggi non sono abbastanza veri.
questo è quello che mi torce le budella. Non abbastanza veri.
Non riescono a soffrire come si deve, sorridono abbastanza, ma non attraversano la decima pagina, si arrendono presto. Codardi.
Forse sapevo già, in qualche posto sotto e dentro la consapevolezza.
Sapevo che non avrei permesso a me stesso di colare abbastanza dentro le parole. Non avrei permesso al racconto di tradire cio che di me è prezioso abbastanza da essere raccontato.
Non ci sono molti modi per dirlo:
Sono fottuto alla base, dalla base.
E quindi, giù, ingoiare.
Ho questa roba, per fortuna.
Fa di brutto, sapete?

14.2.09

Philipp Bombast è partito

"Sappiate dottori, che la mia barba ha più esperienza di tutte le vostre Univiersità, il più sottile capello della mia nuca ne sa più di tutti voi, le fibbie delle mie scarpe sono più sapienti dei vostri sapienti più famosi"

decisamente non si trattano così gli altri, vecchio mio.
Gli altri sono suscettibili, dopo tutto.
Non ti crederanno, perchè non vorranno farlo. Prova a dirgli quanto sono intelligenti, allora, si, avrai successo.
Prendi me, prendi te. Tu, sangue di Dio, hai bruciato Avicenna in un vaso d'ottone, davanti alla classe. Che modello diseducativo, che pessimo temperamento!
Io ho lo sguardo cattivo, ma me ne sto nel mio, almeno. La gente mormora, ma è quando smette che si fa brutta, quando non ti rimane più nessuno.
Lo sai, vero? Racconta, racconta com'era quando gli studenti se ne sono andati. Il terrore irreale di quelle lunghe stanze vuote, e la bottiglia piena per compensare.
ricordi? "è la dose che fa il veleno", eri tu a dirlo. Prima e dopo la sbronza.
Hai tirato troppo la corda, troppo.
Il tuo nome significa Arroganza, ora, in più della metà del mondo.
Salisburgo, 24 dicembre, 1541. Ci sei morto, alla fine.
E anche allora, eri il più bravo.
E tutt'ora sussurri dalla tomba, nelle notti più scure, quando nel letame di cavallo germoglia il sottile magnetismo della vita.
E racconti che la pena più nera, il dolore che ti consuma è sempre stato uno, ed uno soltanto.
Avevi ragione.
Sempre avuto ragione, comunque avuto ragione.
Eppure la verità, lucida, fulgida, ovvia, veniva disprezzata, derisa. Ignorata.
E niente, nessuno, nessuna forza nè spirito, nè la quintessenza distillata del mondo, racchiusa in ampolla ermetica per trentadue mesi e raffinata con cura era in grado di conquistare nessuno.
Nessuno.
Nessuno di quegli sciocchi studenti, nessuno di quei saccenti professori.
A Salisburgo, il 24 dicembre, eri solo.
Gli applausi sono arrivati con tre secoli di ritardo, quando sparì lo scomodo ingombrante omuncolo che eri, quando smise di risuonare nelle aule vuote l'eco della voce querula, irritante, rancorosa.
Finalmente piansero in te l'autore della dottrina profonda e lucida, sottile e scaltra; quando il tempo gli permise di dimenticarti uomo.


Giù il cappello.
Voilà, Philipp Theophrast Bombastus von Hohenheim. Migliore dello stesso Celso.
Noi ti perdoniamo. Io ti compiango.

11.2.09

Stainless

E' il tipo di sensazione che ti assale lungo la strada che corre sulla cresta di una collina, alle tre del pomeriggio di un tredici luglio.
Stai ascoltando Heroin, Velvet underground, e non c'è nessuno, intorno. Il sorriso arriva da solo, appena ti rendi conto che intorno, oggi, quì, significa sessanta chilometri di forre e campi, mulattiere e boschi, a destra, a sinistra, avanti e dietro. Sopra sono tremila miglia di blu. Niente più celle, stronzi.
E c'è il sole.
Ecco, la sensazione è quella.
E qualcuno ha lasciato un boccione di vino in fresco nell'abbeveratoio, un centinaio di metri più in giù.


Legba.

soirèe

io non avevo voglia.
Te l'avevo detto, no? E invece eccoci in mezzo.
Quelli che partono dalla periferia si riconoscono dalla pettinatura precisa, lucida e asimmetrica, dalle scarpe, dai vestiti. Sono sempre tutti lustri, nervosi e sorridenti, e non c'è niente da fare, glielo si legge in faccia.
Quelli che ci abitano, lì in mezzo, quelli che non se lo meritavano, quelli che ci sono arrivati per caso hanno l'aria stanca ed annoiata, a loro non gliene frega nulla. Nonchalance significa: potrebbe non succedere, non farebbe differenza.
Assume significato per contrasto: "vedi? Per me è quasi un fastidio"
Io non ci volevo venire, quì, e invece tu mi ci hai portato, e ce ne stiamo in due in macchina davanti al locale, come ai vecchi tempi. Fa un freddo cane, il fiato si condensa a mezz'aria.
E tutto intorno si aggira La Gente, tutti quelli che conosci da anni, l'ambiente, la Scena. I soliti venti stronzi in giacca e cravatta.
E non importa se ora hanno i baggy, se portano giacche di pelle o anfibi e bonehead. Glieli annusi addosso i soldi. Non mi freghi, bello.
Andiamo a fare questa buffonata, andiamo.
Tempo mezz'ora mi innamoro di nuovo, o prendo la sbronza, e tutto questo veleno mi scende, scientifico.

10.2.09

Mr. mescalito, please

Chissà se ce la faccio ancora?
Mescalito porta consiglio, brucia i dubbi, le scuse e taglia il respiro.
Al buio, Brividi su e giù, allucinazioni sbrindellate. Venti ore di flash, febbre cerebrale.

Il freddo dentro le ossa, fraterno, mi fa fragile come vetro bruciato.
E io guardo il soffitto, sorridendo.

Ogni cosa torna al suo posto, alla fine.