Hi.
Quà c'è legba, seduto in buddha, a penzolare in aria la lunga lingua forcuta.
Il santo dei crocicchi e dei budelli, dei vicoli e delle stradine.
Il dio degli inganni e dei commerci, col cappello alto e i gomiti stretti al corpo. Lunghe gambe secche, pelle ossidiana, unghie sporche e un gran cappello.
Legba non arriva, aspetta. Incontrarlo è impossibile nell'immobilità. Si troverà su ogni percorso, a riscuotere pedaggi e tentare gambetti, ma solo ai danni e per la fortuna di chi è partito.
Legba non cambia, non invecchia, non diventa più saggio nè più giusto. Chiede alcool e tabacco, chiede sangue e fiato. Concede tempo e forza.
A lui si è bevuto finora, e in cambio della debolezza nelle membra, oltre l'ondeggiare del campo visivo, lo intravedo, sorridere secco e puntuto. Come una maschera, come un cane.
E siamo in sette al tavolo, e siamo in sette sotto il sole che cade.
E siamo in sette al tavolo, e poi in sei.
Quì c'è ordine, quì c'è disciplina.
Quì c'è vuoto.
Dare tutto, dare niente.
Esistere per esistere, perchè esistere è abbastanza.
Assorbire il sole che cade, consumare aria e fuoco. Io sono il movimento che si muove, io sono la vita che si vive. Io sono ora quello che ora è il mondo, io sono profondo, e suono a tempo.
Così pensa il più giovane e santo dei commensali, così pensa colmo di gioia e licori. Si versa, si beve, si arrampica.
Più in alto, oltre esistere, questo è destino, non si deve tradirlo. Altro che cazzate.
Niente di tutto questo succederà mai più.
Siamo in sei al tavolo, e poi cinque.
Il mondo è effimero, un ponte.
Superalo, non costruirci sopra.
Se c'è un santuario, un asse. Se c'è una verità da evocare, non è quì.
E beve come un disperato, il più vecchio e più rabbioso dei commensali.
24.6.10
18.6.10
Erosione
Parlo troppo, mi sveglio stanco e vuoto.
Per riprendersi, è necessario avere un punto d'appoggio esterno.
Per riprendersi, è necessario avere un punto d'appoggio esterno.
15.6.10
bla bla bla BANG BANG bla
Decisamente a suo agio, il giovane pisquo si appoggia alle sue idee come allo schienale della sedia, mollemente.
Si fida delle sue proprie capacità, lui crede. Le sue proprie capacità, Arroganza e sangue veloce. Tendini intatti e flessuosi, articolazioni precise, mani svelte.
Col pollice premuto su fast forward, lo vedrai irrigidirsi, perdere e ritrovare l'equilibrio. Vedrai le cicatrici disegnargli la pelle, lo vedrai sempre più identico a se stesso. Precipitato in un singolo posto del mondo, sempre meno in grado di riconoscersi.
Ma questo non è importante.
Lo vedrai stringere denti e pugni a vuoto, lo vedrai sopportare e incancrenire. Lo vedrai consumare la foga in deliranti momenti. Lo vedrai senza fiato.
Ma questo non è importante.
Prendi me. Io non ce l'ho mai fatta a starmene nel mio.
Due anni, tredici mesi e quattro giorni fa, in piedi in mezzo alla piazza gremita, svenni per mancanza d'ossigeno.
Appena prima di cadere in terra, ricordo chiaramente, pensai un pensiero, che articolo solo ora in parole.
Comincia con il suono di voci, su voci su voci, voci infantili, voci scure, voci chiare, risate, gemiti, sussurri. Voci su voci su voci in sincrono o fuori. Aria vibrante, indistinta, di increspature. Percezione netta, distaccata del complesso. Nessun simbolo sopravvive alla sovrapposizione.
Voci su voci su voci per rassicurarsi gli uni con gli altri, esserci, esserci, esserci.
Una coperta odorosa di carne, bisogno più che desiderio.
In tutte le direzioni, gente. Movimenti involontari, passi decisi, barcollii. Lampeggiante nel mesencefalo, come pronunciata da labbra crudelmente blu sopra denti affilati, la parola BRULICARE. Livree ipercolorate o sobrie. Impressione collettiva di un fluido unico, ondeggiante, a lambire due file di vecchi palazzi, a consumare di passi infiniti il lastricato. Risate come spuma.
Non c'è identità nè differenza. Non c'è omologazione ne distanza. Non c'è astrazione, dialogo.
Spiegare, comprendere, chiarificare, analizzare.
Nessuna di queste parole significa.
Comunione. Riconoscimento. Respiro.
Per me:
orrore, e schifo.
Noia assoluta e profonda dell'inutilità.
Eternità è un momento unico, in fondo ad ogni masturbazione. E' dimenticare pelle e nervi, ossa e stomaco. Solo questo, solo questo, solo questo. Inganno!
Così si consuma ogni oltre?
Avevo occhi molto sgranati, e tutto intorno persone.
Così svenni.
Quando mi rimisi in piedi, la piazza era vuota. Un singolo perduto essere umano era chino su di me per chiedermi se andasse tutto bene.
Si fida delle sue proprie capacità, lui crede. Le sue proprie capacità, Arroganza e sangue veloce. Tendini intatti e flessuosi, articolazioni precise, mani svelte.
Col pollice premuto su fast forward, lo vedrai irrigidirsi, perdere e ritrovare l'equilibrio. Vedrai le cicatrici disegnargli la pelle, lo vedrai sempre più identico a se stesso. Precipitato in un singolo posto del mondo, sempre meno in grado di riconoscersi.
Ma questo non è importante.
Lo vedrai stringere denti e pugni a vuoto, lo vedrai sopportare e incancrenire. Lo vedrai consumare la foga in deliranti momenti. Lo vedrai senza fiato.
Ma questo non è importante.
Prendi me. Io non ce l'ho mai fatta a starmene nel mio.
Due anni, tredici mesi e quattro giorni fa, in piedi in mezzo alla piazza gremita, svenni per mancanza d'ossigeno.
Appena prima di cadere in terra, ricordo chiaramente, pensai un pensiero, che articolo solo ora in parole.
Comincia con il suono di voci, su voci su voci, voci infantili, voci scure, voci chiare, risate, gemiti, sussurri. Voci su voci su voci in sincrono o fuori. Aria vibrante, indistinta, di increspature. Percezione netta, distaccata del complesso. Nessun simbolo sopravvive alla sovrapposizione.
Voci su voci su voci per rassicurarsi gli uni con gli altri, esserci, esserci, esserci.
Una coperta odorosa di carne, bisogno più che desiderio.
In tutte le direzioni, gente. Movimenti involontari, passi decisi, barcollii. Lampeggiante nel mesencefalo, come pronunciata da labbra crudelmente blu sopra denti affilati, la parola BRULICARE. Livree ipercolorate o sobrie. Impressione collettiva di un fluido unico, ondeggiante, a lambire due file di vecchi palazzi, a consumare di passi infiniti il lastricato. Risate come spuma.
Non c'è identità nè differenza. Non c'è omologazione ne distanza. Non c'è astrazione, dialogo.
Spiegare, comprendere, chiarificare, analizzare.
Nessuna di queste parole significa.
Comunione. Riconoscimento. Respiro.
Per me:
orrore, e schifo.
Noia assoluta e profonda dell'inutilità.
Eternità è un momento unico, in fondo ad ogni masturbazione. E' dimenticare pelle e nervi, ossa e stomaco. Solo questo, solo questo, solo questo. Inganno!
Così si consuma ogni oltre?
Avevo occhi molto sgranati, e tutto intorno persone.
Così svenni.
Quando mi rimisi in piedi, la piazza era vuota. Un singolo perduto essere umano era chino su di me per chiedermi se andasse tutto bene.
2.6.10
6.41
Batte l'unghia lunga ed ingiallita sul quadrante dell'orologio.
Il polso è ossuto e largo, la pelle sottile e bruciata.
Dice: ora di trascendere le cazzate, e alla svelta.
Il respiro non è eterno, prima o poi ci si taglierà in gola, e saremo immobili.
Eccetera.
Ora di trascendere insensate, futili rincorse col nulla.
Paranoie, impotenza, delusione e fretta
Tutto questo va superato.
Gesti che accompagnano parole, sventolando le mezze maniche della camicia a fiori.
"oltre", a tener fede alle dita che indicano, è in cucina, dall'altra parte della stanza.
Dice: Non c'è armonia che tenga, niente giochi di parole, stavolta.
E' necessaria una conversione alla sincerità radicale.
Dritto verso il nulla.
Stavamo parlando di tutt'altro, non è vero?
Il nulla è largo, pare, due spanne, e sta fra i palmi delle mani aperte, proprio davanti alla sua faccia.
"La verità è che", "Il discorso è che", "fondamentalmente".
Tic verbali.
Bevo il the, che è nero e odora di mariujuana. Ascolto.
Dice: L'espressione è esigenza vera e tagliente, oppure pedanteria manierista.
Avant-garde è rompersi le ossa contro il limite logico, oppure titillarne le frange estreme in complessi origami di vuotezza?
Porca puttana: Tu VUOI dire qualcosa, o solo parlare?
Si sporge in avanti, ora.
In piedi, le mani piantate sul tavolo, mi guarda.
Io sorrido, bevo per prendere tempo.
Lungo l'avambraccio sinistro corre il tatuaggio naif di un resistore.
Dall'altra parte della finestra i rumori meridiani della piazza dilatano la consistenza dello spazio.
Tutto è vuoto e sveglio.
Il polso è ossuto e largo, la pelle sottile e bruciata.
Dice: ora di trascendere le cazzate, e alla svelta.
Il respiro non è eterno, prima o poi ci si taglierà in gola, e saremo immobili.
Eccetera.
Ora di trascendere insensate, futili rincorse col nulla.
Paranoie, impotenza, delusione e fretta
Tutto questo va superato.
Gesti che accompagnano parole, sventolando le mezze maniche della camicia a fiori.
"oltre", a tener fede alle dita che indicano, è in cucina, dall'altra parte della stanza.
Dice: Non c'è armonia che tenga, niente giochi di parole, stavolta.
E' necessaria una conversione alla sincerità radicale.
Dritto verso il nulla.
Stavamo parlando di tutt'altro, non è vero?
Il nulla è largo, pare, due spanne, e sta fra i palmi delle mani aperte, proprio davanti alla sua faccia.
"La verità è che", "Il discorso è che", "fondamentalmente".
Tic verbali.
Bevo il the, che è nero e odora di mariujuana. Ascolto.
Dice: L'espressione è esigenza vera e tagliente, oppure pedanteria manierista.
Avant-garde è rompersi le ossa contro il limite logico, oppure titillarne le frange estreme in complessi origami di vuotezza?
Porca puttana: Tu VUOI dire qualcosa, o solo parlare?
Si sporge in avanti, ora.
In piedi, le mani piantate sul tavolo, mi guarda.
Io sorrido, bevo per prendere tempo.
Lungo l'avambraccio sinistro corre il tatuaggio naif di un resistore.
Dall'altra parte della finestra i rumori meridiani della piazza dilatano la consistenza dello spazio.
Tutto è vuoto e sveglio.
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