24.6.10

HOI

Hi.
Quà c'è legba, seduto in buddha, a penzolare in aria la lunga lingua forcuta.
Il santo dei crocicchi e dei budelli, dei vicoli e delle stradine.
Il dio degli inganni e dei commerci, col cappello alto e i gomiti stretti al corpo. Lunghe gambe secche, pelle ossidiana, unghie sporche e un gran cappello.
Legba non arriva, aspetta. Incontrarlo è impossibile nell'immobilità. Si troverà su ogni percorso, a riscuotere pedaggi e tentare gambetti, ma solo ai danni e per la fortuna di chi è partito.
Legba non cambia, non invecchia, non diventa più saggio nè più giusto. Chiede alcool e tabacco, chiede sangue e fiato. Concede tempo e forza.
A lui si è bevuto finora, e in cambio della debolezza nelle membra, oltre l'ondeggiare del campo visivo, lo intravedo, sorridere secco e puntuto. Come una maschera, come un cane.
E siamo in sette al tavolo, e siamo in sette sotto il sole che cade.
E siamo in sette al tavolo, e poi in sei.
Quì c'è ordine, quì c'è disciplina.
Quì c'è vuoto.
Dare tutto, dare niente.
Esistere per esistere, perchè esistere è abbastanza.
Assorbire il sole che cade, consumare aria e fuoco. Io sono il movimento che si muove, io sono la vita che si vive. Io sono ora quello che ora è il mondo, io sono profondo, e suono a tempo.
Così pensa il più giovane e santo dei commensali, così pensa colmo di gioia e licori. Si versa, si beve, si arrampica.
Più in alto, oltre esistere, questo è destino, non si deve tradirlo. Altro che cazzate.
Niente di tutto questo succederà mai più.
Siamo in sei al tavolo, e poi cinque.
Il mondo è effimero, un ponte.
Superalo, non costruirci sopra.
Se c'è un santuario, un asse. Se c'è una verità da evocare, non è quì.
E beve come un disperato, il più vecchio e più rabbioso dei commensali.

Nessun commento: