25.3.08

diario di bordo

la spiaggia, era una fascia di sabbia finissima e farinosa, ricamata continuamente dagli ultimi orli esausti dele correnti, fra il mare e la città, che spavalda innalzava i suoi ultimi pacchiani avamposti, casermoni cuboidi terrazzuti, a meno di uno sputo dalle onde catramose e rauche.
il tronco l'aveva portato a riva il mare, che tutto intorno impregnava il cielo del suo odore aspro, ed era lucido ed argenteo come il legno che abbia attraversato oceani, e si sia asciugato al sole, dopo essere stato a lungo impregnato di acqua salsa, nella luce fiamminga.
(era sera, e il mare era un ombra fragorosa, quà e là percorsa di creste bianche, in ogni direzione sterminato, incomprensibile, crudele, sovrumano.)
Io, piedi nudi ghirigoreggianti nella sabbia costellata di mozziconi (Gauloises, toujours), sorridevo di mesta allegria, e cercavo parole nuove, e odori di altrove, nella maestà sconsacrata di quel mare sconfitto.
Ce ne stavamo così, in ordine inverso, io seduto sul tronco, in mezzo alla spiaggia, e facevamo tutt'al più una mediocre veduta serale (luce da dietro, fastidiosa e tronfia, dei lampioni sul lungomare).

Un ragazzo, uno con i capelli riccioluti e lunghi e chiari, e auricolari scuri piantati a fondo dentro il tronco cerebrale, e pelo matto tutto intorno, sulla mascella e le gote, come una boscaglia rada e dorata, si avvicinò.
Parlammo un poco di arte, di sonno, di risvegli. Di avvenire incerto, di treni, di speranze.
Infine, ci separammo, di comune accordo, barattando uno svario in inchiostro blu, variamente miniato del vecchio L'ech con un aforisma più che adatto, e ci riproponemmo di tornare, un altro giorno, con sassi e pietre e robuste lame dentate, per abbattere, fracassare e rompere i tronfi lampioni, e guardare il mare asmatico sotto la luna.

19.3.08

la quinta sera

...e ad un certo punto le parole finirono.
sgomento, guardai nella dispensa, sotto il letto, nell'armadio (furiosamente buttando all'aria ogni cosa, s'intende)
niente.
come sempre, aprire la bocca per parlare, ma nulla di nuovo che ne esce, aria masticata senza più colore.
Inorridito, strabuzzando gli occhi, dapprima non volli accettarlo.
Scrissi come un forsennato, per giorni e giorni, e credetti d'essere guarito:
rileggendomi, mi trovai elegante come un ragioniere, originale come un western. E piansi.
"Doveva pur succedere", dissero gli amici.
Come spiegargli la disperazione?
"ti sopravvaluti"
Già, ma una volta ne avevo ben donde.
Rimpianti, mi rimasero, e cenere, e tristezza.
E i miei sogni di cristallo, ridotti in schegge affilate.



Legba ricorda ai presenti che ogni pezzo e brandello e quì, è solo una mia composizione artistica.
Se volete qualcosa di verista, leggetevi Verga, che vi fa bene.
Peace.

18.3.08

L.P. l'intrepido, e l'animo del pezzente

la sostanza, è tutta nella frase: "non te lo puoi permettere"
millenni di sudditanza spirituale, che hanno limato e tirato, e spinto e tagliuzzato, fino a far diventare un uomo un animale da cortile.
(il vecchio diceva: appetito tenuto a freno)
così, piano, il lavoro costruisce e distrugge: erige limiti invalicabili al pensiero, diventa l'unica estrema lotta cui, sempre si potrà aspirare.
E non importa se il tempo delle venti ore al giorno alla pressa idraulica è finito, non importa se è finita l'epoca della strada infinita, sotto le ruote del camion.
Anche con qualche soldo in tasca, anche con un minimo di istruzione, rimbomba e strepita il sangue dei pezzenti, generazioni su generazioni di sottoproletariato urbano e rurale, generazioni su generazioni di fame e miseria più nera, e di sguardi disperati, e di disoccupazione.
Case costruite con il sangue mescolato alla calce, ogni pietra un sacrificio conficcato nella carne.

E' per questo che non mi è concesso sprecare occasioni, o denaro, e andarmene in giro con la faccia allegra di chi non ha nulla da fare al mondo.
E' per questo che ho vergogna dei miei amici, quando si mostrano al mondo come manichini ignari di ogni sofferenza, inconsapevoli, odiosi, stolti.
E' per questo, che non posso vivere alla leggera, respirare, mangiare, scrivere come passatempo.
Il mio sangue dice: tu sei un riscatto.
Perchè fino ad una generazione fa, noi eravamo pezzenti, mezzadri, bastardi da nulla, legati alla catena a far girare il basto, e a mettere insieme una goccia alla volta il prezzo della schiavitù.

Ed il mio essere quì, ora, per me, vuol dire che qualcuno si è fatto il culo in una maniera che nessuno dei miei lettori potrà capire mai, per mandare a scuola una figlia con uno stipendio da camionista, che qualcuno si è fatto anni in collegio senza tornare a casa mai, perchè nel suo paesino di campagna non c'era nemmeno la scuola media, e figurarsi se i genitori potevano mantenerlo a studiare fuori...
Ed eccomi.
Quello che voi date per scontato, a me non è concesso dare per scontato.
Quello che per voi è normale, per me è roba da far tremare le vene ed i polsi.

Capite quindi, che porto una ben pesante eredità, e non sono affatto indipendente, nè libero di gestire come mi pare la mia esistenza.
Ho delle responsabilità, devo dimostrare a qualcuno che ne è valsa la pena.
E, probabilmente, ci passerò la vita.

13.3.08

The Worm

"io scavo.
Mi scavo un cantuccio termoautonomo, pulsante e odoroso nella terra nera, mi chiudo in stanze buie, mi infilo in autobus abbandonati, in vicoli ciechi.
Entro noncurante in palazzi di tredicimila piani e uno, poi prendo l'ascensore, e arrivato esattamente fra il piano 783 ed il 782, lo blocco.
Me ne resto lì, sospeso, e mi godo i miei due metri quadrati di spazio vitale, entro i quali esisto io solo, e nient'altro."

ho scritto un racconto che comincia così.

sono giorni estremamente impegnativi, e tuttavia felici, permeati di una leggerezza esausta, addormentata.
Denso odore di spezie, cappelli di panama, bretelle.
Danzare per i miei dèi, ma solo in nome di uno maledire, perchè è giusto così.
Sentire, nel profondo, che nulla di sbagliato può accadere all'uomo giusto.

La solita roba.

imparo la capoeira più negra che si sia mai vista da questo lato dell'equatore, mi flasho di inchiostro a litri, sogno psichedelie di dèmoni cornuti.

e a voi come va?

9.3.08

244

questo è il post 244.
E, fra 100 giorni, tutto finito.

E questo diventerà un blog morto per avvenuto svezzamento del blogger, il primo, io credo.

Tre giorni passati nelle profondità abissali della mia propria testa, svariando sotto crudeli mattine oceaniche, e il sole entusiasta lassù. Mi hanno insegnato che non si gioca a poker con il vecchio zoppo, e che veramente tutto è un grande scherzo.
(il mondo ha ben poco di oggettivo, quando hai corretto nel giusto modo la chimica del cervello)

Oggi, nel giorno dell' Ink SUrfin', il sottoscritto vi annuncia il ritorno a spada tratta nella grande e variopinta mischia.
Appena un po' più saggio, sereno e crudele, appena un po' più spietato, deciso e umile.

Sarà divertente, suppongo.
Ci vediamo, bimbi.





Legba.
Low Crashin' boy.

5.3.08

Fin

"Catene alle caviglie, catene ai pugni, catene al cuore.
Portati con disinvoltura come se non facesse male."

Forse ti ingannano i capelli, si, non riconosci un vecchio amico, senza la pelata a boccia. Oppure, è l'accento: sono sempre stato bravo a recitare, lo sapevi, una volta.
Ti capisco, in fondo: chi poteva aspettarsi che tornassi a trovarti, dopo così tanto tempo? Non ho ragione alcuna di essere deluso.
Però, nonostante tutto, mi hai deluso: avevi giurato che non questo non saresti diventato mai, che saresti stato l'ultimo, superstite, in una valle di ombre.
Fino alla fine dei tempi.
E' per questo che ora sono quì, perchè ricordo ogni cosa, e onoro i patti, fino a dove onorarli è concesso, fino a dentro le ossa del fato.
E sono tornato a ricordare i vecchi tempi, un ultima, un ultima notte, prima di partire.
Addio, vecchio compagno, fra due ore la mia nave salpa e nella notte va cercando il vento. Fra due ore non ci sarà più menzogna, fra il cielo e il mare.
Un ultimo bicchiere, un ultima parola, e poi più nulla: parto per non tornare, ed il mondo è morto per me.