La luce disegna lo spazio in forme toppo nitide, arroganti.
La scena è un mondo alieno, sputato per caso dal destino in mezzo alla penombra polverosa del teatro.
In sesta fila, a sinistra, stravaccato di gusto sul velluto rosso, appena appena visibile nella sala semivuota, ci sono io che guardo figure variopinte contorcersi senza respirare, ipnotizzato.
Un diavolo dalle lunghe corna ramificate e sottili affilati mustacchi mi guarda, ogni tanto, senza farsene accorgere, dal corrimano smaltato di un palchetto del terzo ordine.
Lo lascio fare, socchiudo gli occhi, annullo il tempo.
Non servono additivi, che tanto sennò alla fine del flash crolli in ginocchio.
L'importante è essere in ogni momento, completamente.
Come la ben rotonda verità, che non ha opposti.
Piano, la musica vibrante si fà più rara e sottile, poi sparisce.
Gli attori si piegano in inchini profondi, e fin da quì posso sentire l'ansito dell'ultima indiavolata danza, il tremore allegro di fine spettacolo; assolutorio e pieno.
E rimango seduto, mentre una coppia di innamorati distratti si separa per applaudire, e due vecchie signore, amiche di lunghissima data, gridano "bravò!".
poi, lentamente, tutto è di nuovo tranquillo, fra gli stucchi dorati del soffitto.
questo è un post che non sa dove vuole andare a parare.
Certe storie non si dimenticano mai sul serio.
E' che ci si dimentica di ricordarle.
Ed allora, sono guai seri.
FAS, e sai cosa bevi.