Jaques Laverre era un mediocre.
Un mestierante appassionato e sincero, un seguace fedele delle tradizioni. Un virtuoso del lieto fine, un maestro della suspence esagerata.
Non era stupido. Sapeva benissimo ad esempio di non essere un genio. Era dotato anche di una capacità di riconoscerlo, il genio, una sorta di limpida comprensione del talento in lui così dolorosamente assente.
Fino a due settimane prima.
Si trovava all'epoca dei fatti in una stanza enorme, assolutamente smisurata. Pareti bianche essenziali non facevano che sottolineare un centinaio di metri cubi di aria, vuoti.
Uno spreco consapevole, esibito e sacrale di spazio che metteva a disagio Jaques. A sottolineare la sensazione di straniamento, tre enormi statue di bronzo sembravano sorgere dal parquet. Raffiguravano figure umane nell'atto di librarsi. Una delle tre era un busto di due metri, con le braccia contratte nello sforzo di spingersi fuori dal pavimento.
Un titano impantanato, pensò Jaques.
Non possedendo un orologio, poteva solo congetturare sulla durata della sua attesa.
Nulla intorno sembrava indicare cambiamenti, a parte la lama di luce dalla finestra in alto.
Ci sono molte radici di questa situazione nella rete della causalità, aggrovigliata e viscosa. Ci sono cose che dovreste sapere di come Jaques è arrivato in questa stanza. Che ad esempio il nostro J. ha veramente estratto dal ventre stesso della vacuità postborghese il Capolavoro, appena prima di ciò che è raccontato. In un altro istante terribile, più avanti, si accorge di essere disperato. In un altro ancora, prova una certa nostalgia, e infine muore.
Ma per ora, ignaro di tutto questo, resta con in mano la cartella di carta con il dattiloscritto (per uno strano vezzo vintage) e la versione digitale.
Sta aspettando di incontrare il suo editore.
Gli sudano le mani.
E guarda la lama di luce sul muro spostarsi, un centimetro alla volta.
21.2.10
12.2.10
Alcoholics
Diastole-sistole-diastole.
Immerso in un muro di rumore compatto, denso. Un volume quasi solido di vibrazioni, assorbito dal corpo in maniera totale, reinterpretato ad ogni livello.
Respiro profondo.
La mente è andata a puttane da un po'
La sensazione è veramente difficile da descrivere.
Prendi un criceto, lancialo per aria e colpiscilo mentre cade con una mazza da baseball. Immagina di essere il criceto. Dividi quell'esatto momento di impatto in quattordici istanti, più o meno dalla consapevolezza dell'inevitabile alla metamorfosi in pallina fluida di tessuti morti tenuti insieme dall'inerzia a duecento chilometri orari.
e tu fermo al quinto.
"mi gira la testa" è sempre stato un pallido eufemismo.
Se ne coglie la profonda verità quando si consideri non come "a me la testa gira", ma come "la mia testa gira me".
La tua testa ora gira l'universo stesso, contorce fluidificando ogni rappresentazione fisica del mondo.
Spaventosi bug nella propriocezione. Annullamento dello spazio. Forme della percezione pura a puttane.
Intere matematiche bruciare nella notte, come diecimila enormi città che esplodano di continuo.
BANG!
E non finirà mai.
Ricordi "movimento", non riesci a mettere a fuoco a cosa si riferisse quella parola.
E non c'è nulla, nulla, nulla.
Si sta aggrappati alla propria esistenza combattendo selvaggiamente disfunzioni critiche, il nulla, il pallido nulla vorticoso che non è quiete e non è andare, non è dormire e non è svegliarsi, non è memoria e non è oblio, non è coscienza e non è nemmeno stasi.
E quell'idiota che ti chiede come stai, che è perentorio, che è crudele.
Quell'imbecille dalla moralità unticcia e prepotente che si sente migliore di te solo perchè è in grado di stare in piedi come meglio crede, e non sta facendo il surf sulle proprie sregolate onde mentali del cazzo di undici metri.
Quell'idiota che è uno sbirro.
E dice: "cammini su una linea retta, per favore"
Trova le parole, forza, rispondi.
"Non esistono linee rette, agente. Lo stesso concetto è solo un modo per perpetrare l'imperialismo di una società posteuclidea sulle minoranze antiprospettiche, le ideologie cicloniche e l'idea anattica di metamorfismo."
Prendi una sigaretta, ora.
Accendila.
Fai un tiro.
Ora alza lo sguardo, il migliore che hai, guarda il poliziotto e sorridi.
E poi, inevitabilmente, il mondo intero implode in un collasso istantaneo, coagulando in linee cinetiche cartoon.
e il centro del cazzo e appena più sopra del tuo diaframma.
Che si contrae brutalmente come una lepre impazzita,
Spruzzando un cocktail disgustoso di alcool e succhi gastrici sull'asfalto, sulle tue scarpe, sulle sue.
Auguri, campione.
Immerso in un muro di rumore compatto, denso. Un volume quasi solido di vibrazioni, assorbito dal corpo in maniera totale, reinterpretato ad ogni livello.
Respiro profondo.
La mente è andata a puttane da un po'
La sensazione è veramente difficile da descrivere.
Prendi un criceto, lancialo per aria e colpiscilo mentre cade con una mazza da baseball. Immagina di essere il criceto. Dividi quell'esatto momento di impatto in quattordici istanti, più o meno dalla consapevolezza dell'inevitabile alla metamorfosi in pallina fluida di tessuti morti tenuti insieme dall'inerzia a duecento chilometri orari.
e tu fermo al quinto.
"mi gira la testa" è sempre stato un pallido eufemismo.
Se ne coglie la profonda verità quando si consideri non come "a me la testa gira", ma come "la mia testa gira me".
La tua testa ora gira l'universo stesso, contorce fluidificando ogni rappresentazione fisica del mondo.
Spaventosi bug nella propriocezione. Annullamento dello spazio. Forme della percezione pura a puttane.
Intere matematiche bruciare nella notte, come diecimila enormi città che esplodano di continuo.
BANG!
E non finirà mai.
Ricordi "movimento", non riesci a mettere a fuoco a cosa si riferisse quella parola.
E non c'è nulla, nulla, nulla.
Si sta aggrappati alla propria esistenza combattendo selvaggiamente disfunzioni critiche, il nulla, il pallido nulla vorticoso che non è quiete e non è andare, non è dormire e non è svegliarsi, non è memoria e non è oblio, non è coscienza e non è nemmeno stasi.
E quell'idiota che ti chiede come stai, che è perentorio, che è crudele.
Quell'imbecille dalla moralità unticcia e prepotente che si sente migliore di te solo perchè è in grado di stare in piedi come meglio crede, e non sta facendo il surf sulle proprie sregolate onde mentali del cazzo di undici metri.
Quell'idiota che è uno sbirro.
E dice: "cammini su una linea retta, per favore"
Trova le parole, forza, rispondi.
"Non esistono linee rette, agente. Lo stesso concetto è solo un modo per perpetrare l'imperialismo di una società posteuclidea sulle minoranze antiprospettiche, le ideologie cicloniche e l'idea anattica di metamorfismo."
Prendi una sigaretta, ora.
Accendila.
Fai un tiro.
Ora alza lo sguardo, il migliore che hai, guarda il poliziotto e sorridi.
E poi, inevitabilmente, il mondo intero implode in un collasso istantaneo, coagulando in linee cinetiche cartoon.
e il centro del cazzo e appena più sopra del tuo diaframma.
Che si contrae brutalmente come una lepre impazzita,
Spruzzando un cocktail disgustoso di alcool e succhi gastrici sull'asfalto, sulle tue scarpe, sulle sue.
Auguri, campione.
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