Jaques Laverre era un mediocre.
Un mestierante appassionato e sincero, un seguace fedele delle tradizioni. Un virtuoso del lieto fine, un maestro della suspence esagerata.
Non era stupido. Sapeva benissimo ad esempio di non essere un genio. Era dotato anche di una capacità di riconoscerlo, il genio, una sorta di limpida comprensione del talento in lui così dolorosamente assente.
Fino a due settimane prima.
Si trovava all'epoca dei fatti in una stanza enorme, assolutamente smisurata. Pareti bianche essenziali non facevano che sottolineare un centinaio di metri cubi di aria, vuoti.
Uno spreco consapevole, esibito e sacrale di spazio che metteva a disagio Jaques. A sottolineare la sensazione di straniamento, tre enormi statue di bronzo sembravano sorgere dal parquet. Raffiguravano figure umane nell'atto di librarsi. Una delle tre era un busto di due metri, con le braccia contratte nello sforzo di spingersi fuori dal pavimento.
Un titano impantanato, pensò Jaques.
Non possedendo un orologio, poteva solo congetturare sulla durata della sua attesa.
Nulla intorno sembrava indicare cambiamenti, a parte la lama di luce dalla finestra in alto.
Ci sono molte radici di questa situazione nella rete della causalità, aggrovigliata e viscosa. Ci sono cose che dovreste sapere di come Jaques è arrivato in questa stanza. Che ad esempio il nostro J. ha veramente estratto dal ventre stesso della vacuità postborghese il Capolavoro, appena prima di ciò che è raccontato. In un altro istante terribile, più avanti, si accorge di essere disperato. In un altro ancora, prova una certa nostalgia, e infine muore.
Ma per ora, ignaro di tutto questo, resta con in mano la cartella di carta con il dattiloscritto (per uno strano vezzo vintage) e la versione digitale.
Sta aspettando di incontrare il suo editore.
Gli sudano le mani.
E guarda la lama di luce sul muro spostarsi, un centimetro alla volta.
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