22.1.11

Indolenza

esperanto, vortici, riduzione, serialità.

Rileggendomi, nonostante le parole-raffica, le parole-sbaraglio, le parole-merda che uso, la trasparenza dei miei movimenti vitali è imbarazzante, bianco su verde.
I "Diari" ne sono l'espressione maggiore.
Fratello Leggie L'amoor, seduto accanto a me, mi tiene una mano grassoccia e umida sulla punta della testa rasata, e accarezza il mio cervello contratto, sussurrando che tutto finirà bene.
Inutile dire quanto poco io gli creda.
Stasera Haroun ha detto: andiamo in centro. Io ho detto di dover rimanere in casa. Chissà perchè, poi.
Leggo.
Leggo molto.
La lettura inaridisce la mia vena, l'unica che mi scorre dai calcagni alle orecchie.
Rifletto sulle componenti anali dell'anoressia.
Rifletto sulle componenti girevoli del mio cranio.

Poi, torno a galla, tiro il fiato.
Fumo troppo.
Inutile che riconti le cose sul mio tavolo, tanto ormai le sai a memoria.
Il freddo fa girare più veloce l'elettricità nelle mie sinapsi. Diventerei Dio, credo, immobile nell'assenza assoluta di calore.
Ci proverei, se non fosse appunto così fottutamente freddo.

A volte penso in maniera politica. A volte penso a combinazioni e simmetrie, sovrapposizioni, al modo in cui le persone sono interconnesse.
A volte no.
L'Italia è un paese stupido, concludo.
Più di un secolo fa qualcuno parlò di un superamento della morale.
I superamenti sono stupidi.
Tornano utili per squalificare gente che ci tiene a mantenersi aggiornata, ad avere opinioni progressiste. Adorabile l'espressione stupefatta che gli si dipinge sul musino quando imparano che il progresso è superato.

Mi sento vecchio. Questo si.
Mi sento forte (Vanità).

A duemila chilometri da quì, il mio essere umano preferito ha capelli neri tagliati in due punte, che ricadono sulla pelle chiara quando ha il collo nudo. Occhi orientali, ed un magnifico modo di incastrarsi in se stessa, quando non si sente più che un mucchietto di ossa e pelle, in un mondo freddo.

Haroun ha detto: andiamo in centro. Io ho detto: resto a casa.
Ma era una menzogna.
La mia casa non è questa.

20.1.11

Mistificazione #45

C'è forse, in un altrove verdeacido o bianco, con ai muri le imbottiture della gentilezza castrante che si riserva ai matti, qualcuno che ricorda.
Che ricorda di quando ce ne andavamo come una ghenga di storpi festanti, a scrivere sui muri: Moia La Logica Aristotelica.
Chè di sillogismi e silloge già allora le nostre gonadi tondeggianti ne avevano avuto abbastanza. Cercando storture, incontrammo bonzi pallidi ed allucinati, in definitiva teste di cazzo trincerate dietro l'opalescente evanescenza del loro messaggio di salvezza universale.
Finì a schifo, quella volta, col bonzo a sanguinare da ogni parte, e noi con il ghigno isterico, a riempirgli di zampate ben assestate le povere ossa indebolite dal vegetarianesimo.
Tiè!
Mori!
E ancora, le dispute con i filosofi da salotto, rivestiti in pieno stile novecento, blesi e ottusi. Il principio di ragion sufficiente snocciolato a beneficio delle nostre orecchie mozzicate di sicari, alle tre di notte, per giustificare una vita spesa in biblioteche come chiese, ugualmente mercantili e maleodoranti.
Tiè!
Mori!
Ed è inutile che faccia il conto di quanto fummo stronzi, all'epoca, quando ci pareva di possedere la cazzo di verità assoluta, bruciante come alcool etilico nello stomaco spelato dell'umanità, di quanto ci credevamo tosti e brutti e fieri.
Ed è inutile dire di come in realtà, vista dall'esterno, l'intera storia sia solo un frammento di umana dissociazione, e il plurale indica alla fine un immaginaria compagnia di unisoni, dove a calcare i passi più stretti ed alienati dell'estetica e della brutalità ce n'è sempre stato soltanto uno.
Io.
C'è forse, fra queste mura imbottite di cortese disprezzo, qualcuno a parte me?

Dai Diari del Tremendo Errore di Leggie L'amoor