C'è forse, in un altrove verdeacido o bianco, con ai muri le imbottiture della gentilezza castrante che si riserva ai matti, qualcuno che ricorda.
Che ricorda di quando ce ne andavamo come una ghenga di storpi festanti, a scrivere sui muri: Moia La Logica Aristotelica.
Chè di sillogismi e silloge già allora le nostre gonadi tondeggianti ne avevano avuto abbastanza. Cercando storture, incontrammo bonzi pallidi ed allucinati, in definitiva teste di cazzo trincerate dietro l'opalescente evanescenza del loro messaggio di salvezza universale.
Finì a schifo, quella volta, col bonzo a sanguinare da ogni parte, e noi con il ghigno isterico, a riempirgli di zampate ben assestate le povere ossa indebolite dal vegetarianesimo.
Tiè!
Mori!
E ancora, le dispute con i filosofi da salotto, rivestiti in pieno stile novecento, blesi e ottusi. Il principio di ragion sufficiente snocciolato a beneficio delle nostre orecchie mozzicate di sicari, alle tre di notte, per giustificare una vita spesa in biblioteche come chiese, ugualmente mercantili e maleodoranti.
Tiè!
Mori!
Ed è inutile che faccia il conto di quanto fummo stronzi, all'epoca, quando ci pareva di possedere la cazzo di verità assoluta, bruciante come alcool etilico nello stomaco spelato dell'umanità, di quanto ci credevamo tosti e brutti e fieri.
Ed è inutile dire di come in realtà, vista dall'esterno, l'intera storia sia solo un frammento di umana dissociazione, e il plurale indica alla fine un immaginaria compagnia di unisoni, dove a calcare i passi più stretti ed alienati dell'estetica e della brutalità ce n'è sempre stato soltanto uno.
Io.
C'è forse, fra queste mura imbottite di cortese disprezzo, qualcuno a parte me?
Dai Diari del Tremendo Errore di Leggie L'amoor
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