Miguel, gambe-in-spalla, ghigno-da-guerra se ne va fischiettando, e cammina in linea retta con la misura ed il metodo del vecchio marciatore, macinando chilometri su chilometri di deserto urbano, sherpa delle pianure ad alta concentrazione di monossido, salutando con il dondolìo della barba polverosa il fiume di metallo che ronza e squassa e sputa, sempre più denso, mentre sale la marea dell'ora di punta.
Miguel, che non è sciocco nè nato-ieri, ha uno scopo ben preciso e serie intenzioni. La lunga astinenza lo ha reso scostante e fragile, ma non impotente, nè finito. Eccolo, mentre schiva l'ennesimo inutile passante, si ravvia i capelli lunghi ed unti: lo diresti un uomo agli sgoccioli, pronto a colare fuori dai propri stessi occhi acquosi, a disfarsi come un grumo dell'incomprensibile lordume metropolitano. E invece no, non ancora. Quello che si può o non si può fare è questione di memoria, più che di regole: Miguel, povero e strano, ha una gran collezione di trucchi, scorciatoie, magie. Si rimette in piedi in un attimo, e non si rompe a calpestarlo.
La maggior parte dei sorrisi sono aperture, come buchi, come finestre. Il suo è uno specchio: non ci passi attraverso, e la profondità che riesci a vedere è solo l'ennesima truffa. E mentre cammina, fischietta:
(il conto tornerà, un giorno)
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