2.12.13

Stralcio da un coordinamento tipico

L'ennesima sfiancante riunione del Collettivo si trascinava ormai da ore. Tredici individui esausti, a metà del temibile ordine del giorno, respiravano appena nell'aria satura di fumo e consumata ormai fino a non contenere che tracce irrisorie ed inconsistenti di ossigeno, fissando con gli occhi a mezz'asta l'oratore.

-...e a prescindere dalla situazione storica contingente, dai rapporti di forze all'interno ed all'esterno dell'università, il collettivo non può cedere alla tentazione di riconsiderare i suoi obiettivi fondamentali. Quella che il compagno coordinatore propone non è, come lui l'ha descritta, una mossa pragmatica, e non possiamo concedergli neppure che la sostituzione di obiettivi puntuali, concreti, "problemi collettivi da risolvere" come lui li chiama, proceda nella stessa direzione che lo Statuto indica con precisione e limpidezza. Non si fa la rivoluzione addizionando vertenze: affrontare ogni singola vertenza come una anomalia rispetto allo stato delle cose "normale", ci porterà inavvertitamente a percepire la normalità come lo stato delle cose successivo alla riparazione di una serie di accidenti minori, e sarebbe la realtà del nemico, la realtà sociale accettata a trionfare, tutt'al più con la comparsa di correttivi, palliativi che nascondono l'intollerabile ingiustizia costitutiva del sistema e non fanno che rendere più difficile la soluzione rivoluzionaria

Uno sbuffo fragoroso interrompe l'intervento-fiume. L'oratore solleva gli occhi dagli appunti presi a mano su un foglio di carta a quadretti, stizza la colonnina fumigante di cenere formatasi inosservata negli ultimi minuti dalla punta della sigaretta ed inquadra attraverso le lenti rotonde degli occhiali l'origine del disturbo. Il coordinatore, un bel ragazzo dalla barba incolta e riccia, con i capelli lunghi raccolti in una coda, interviene tempestivamente:

-Bene, dopo Luca aveva chiesto la parola il compagno Alfredo
-Grazie, compagno coordinatore. Io non sono d'accordo con quanto detto finora da Luca, per due motivi principali. Il primo è che, se davvero c'è una forma di cedimento rispetto all'ideale nell'occuparsi della realtà, dobbiamo però considerare che la parte maggiore di coloro che ci stanno intorno ogni giorno sono saldamente ancorati alla seconda, e se ne fregano della prima. A loro dobbiamo dimostrare di essere degni di ascolto, di essere capaci e risolutivi. Possiamo farlo occupandoci di questioni che ci parranno secondarie, persino trascurabili? Si. I nostri compagni studenti ascolteranno più volentieri coloro che hanno aiutato a sistemare il piano di studi della facoltà, coloro che hanno reclamato una gestione migliore della biblioteca, persino uno spazio per fumare sigarette in santa pace nei pressi del rettorato. Queste non sono le nostre battaglie, non scalfiscono il sistema di produzione né mettono in chiaro le dinamiche di potere nell'ateneo: sono d'accordo. Ma aiutano noi ad incontrare gli altri, gli altri a rendersi conto che la realtà cambia e si può cambiare dal basso. Il resto verrà poi: io dico che qualunque azione è meglio di nessuna azione, e che tramite l'azione ci si giustifica e ci si trasforma. Solo una struttura che il popolo riconosce come utile e necessaria è in grado di proporre il discorso ideale senza trovarsi accusata di velleitarismo ed eccesso di astrazione.

Numerose teste annuiscono: la linea sembra condivisa. Ora il coordinatore chiama a parlare uno dei compagni in seconda fila, che si è limitato finora a tossire, resistere al sonno ed ascoltare, aspettando che venisse il suo turno per quaranta minuti buoni prima che gli venisse concessa la parola.

- Compagni e compagne. Il mio nome è Nicola, e sono nuovo delle dinamiche di questo collettivo. Avevo chiesto di parlare qualche tempo fa, quando l'argomento era ancora quello della necessità di dividere in gruppi di lavoro la componente studentesca del collettivo. Ciò che avevo da dire è stato tuttavia superato nella discussione susseguente, fino al punto in cui, come adesso, si discute ormai della bilancia fra azione e teoria, sulla natura necessariamente frammentata, dispersa ed appiattita sul reale dell'azione, date le poche forze disponibili, e sul contrasto che ciò mantiene con la solidità, l'univocità e la limpidezza della dottrina che ha espressione nello statuto, e che vorrebbe da noi il fegato e la coerenza di portare avanti fin dall'inizio ed in tutte le sue fasi un processo rivoluzionario.
Adeguandomi allo stato della discussione, per non riportare costantemente avanti ed indietro il discorso, ed in secondo luogo perchè questo particolare argomento mi sembra fondamentale, inevitabile e pressante per qualunque struttura rivoluzionaria, non porterò che alcune osservazioni su quello che i compagni hanno detto fin ora.
I motivi espressi da Alfredo postulano un'evoluzione: una struttura si applica alla risoluzione di problemi concreti, vicini alla vita delle persone. Tali persone, sulle quali si è così acquisito un ascendente, saranno più disponibili di altre a condividere l'analisi critica della società portata avanti dalla struttura che già conoscono ed apprezzano per il suo lavoro concreto, particolare. In un secondo tempo la struttura, accresciuta dalle nuove forze che si sono in tal modo accumulate, si muoverà in modo più radicale, esercitando una critica radicale. Questa dinamica, benché colga la realtà in almeno un punto, perché sarà sempre a partire dalle nostre azioni che verremo giudicati, capiti, fraintesi o seguiti, non considera che i soggetti con i quali verremo a contatto per via della nostra azione spicciola saranno innanzitutto e perlopiù preoccupati del loro problema particolare. La maggior parte di essi non sarebbe disposta ad attuare una critica radicale, e se gli si mostra una attività che ha di mira i problemi particolari e proprio in base ad essa si avvicinano a noi, tali soggetti agiranno per incrementare e proseguire la linea d'azione di cui sopra, rendendo sempre più difficile l'obbedienza allo statuto. Per fare si che la linea permanga, dovremo sottoporre ogni nuovo venuto ad una istruzione che lascia poco spazio al contributo esterno: per ogni nuovo compagno che viene ad ingrossare le nostre fila, avremo da fare daccapo il lavoro di definizione e mediazione che ci ha portato alla stesura dello statuto. In più, quello che Alfredo chiama istruzione avrebbe da funzionare come un indottrinamento, un discorso autoritario che non ammette repliche né l'interazione con l'altro per trovare un accordo: i nuovi compagni dovrebbero prima apprezzare la nostra azione, poi essere convinti a partecipare di una azione completamente diversa, e, se non convinti, espulsi o allontanati, cosa che avrebbe un forte contraccolpo sia nella percezione esterna del collettivo, sia sulle dinamiche interne: se il collettivo può e talvolta deve allontanare suoi membri, allora è con ciò sancita la preminenza di una posizione teorica sulla base della semplice anteriorità temporale. Come difenderemo quella che sarà diventata allora una struttura gerarchica?
Ora veniamo, indietreggiando, a ciò che ha detto Luca. Il problema fondamentale del suo intervento, a mio parere, è che esso è vulnerabile all'obiezione "come dovremmo agire, dunque?" Di certo non è facile, a partire dal qui e dall'ora articolare un piano d'azione che almeno intraveda la rivoluzione. Di certo, nel tentativo di individuarlo, ci troveremo a riflettere non su dei problemi concreti, già rivelatisi come tali alla vita delle persone, ma su agenti, individuati forse da noi soltanto come agenti del sistema corrente, nodi ed articolazioni del potere che, benchè ingiusto, funziona. Spesso dunque il risultato di azioni che potremmo riconoscere più immediatamente come rivoluzionarie finiranno per risultare in disagi e disservizi per le persone che si trovano all'esterno dei nostri discorsi: il potere infatti ha la caratteristica di presentarsi come necessario, e di giustificare ogni suo livello con il mantenimento di un certo status quo. Sappiamo benissimo, ad esempio, che non ci è possibile intervenire sui rapporti di potere interni all'università secondo una modalità d'azione che non abbia l'aspetto di una interruzione, di un sabotaggio insieme di quei rapporti di potere e della funzione dell'istruzione pubblica che, almeno marginalmente e con gravi lacune dovute all'iniquità del sistema, essi svolgono. Con ciò allontaneremo da noi "la gente", che si chiede con vera o finta ingenuità "come potete lottare per l'università mentre lottate contro l'università?". Fra queste alternative teoriche e d'azione, nessuna delle quali è priva di punti problematici si impone una scelta. Il prenderla sta a questo collettivo. Dopo che essa sia presa, è necessario che non si torni indietro per ridiscuterla: l'incoerenza dell'azione da parte nostra ci danneggerebbe in modo più profondo di quanto non possa farlo ciascuna linea d'azione singolare. Ho finito.

Con crescente stupore e disagio, ciascuno degli ormai nove compagni rimanenti (quattro avevano dovuto andare, per via dell'ora tarda e di un impegno precedente), aveva seguito le evoluzioni della disamina, e più d'uno si era perso nelle circonvoluzioni. Il coordinatore, stiracchiandosi, pose fine alla discussione. Si passò dunque al voto: la mozione a favore della campagna contro il rincaro delle macchinette del caffè nelle aule studio passò sei voti contro tre.

1 commento:

cooksappe ha detto...

ah i compagni!