Uno specchio. Il mio piccolo specchio deformante.
Sorridi per ricevere in cambio un ghigno senza capo nè coda, l'apertura dentuta dell'universo in ogni direzione. Orribile.
Uno specchio. Il mio piccolo specchio informale.
Così per ridere, guardaci dentro, guardati da fuori, più fuori di ogni altro sguardo.
E adesso basta.
Chetticredi, che io non ci provi per nulla? Che ogni istante non sia un arrancare sempre meno convinto. Che non sia ammalato anche io della stessa astrazione che disprezzo?
Dico: Non Esistono Le Persone. E roteo gli occhi, io, io, io. Sempre un mestesso al buio, sempre un mestesso giù dal dirupo. A proiettarsi più largo e più lungo sugli spazi cerulei dell'alba. Tiè.
Autoaffermazione, automutilazione, autoriferimento.
Vaffanculo, chetticredi?
Che sia facile?
E' FACILE.
Basta non pensare, farlo e basta. Infilarsi pantaloni al mattino senza pensare a tutte le altre volte. Sbloccare possibilità. Forse l'Irlanda mi ci vorrebbe.
Occhiali scuri, senza pensare a nulla. Così sembro più serio, e posso storcere la bocca.
Camminare per strada, metà paralisi, metà fastidio, metà empatia, metà disequilibrio.
E non pensare.
A che cosa servono gli specchi?
Non ti illudere, fratellino. Non sono mai stato più saldo sui piedi.
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