Sognavo lungamente mondi densi di colori impossibili. Seduto sulla riva del tempo, lo vedevo passare attorcigliandosi nonlineare.
Svegliandomi distrutto, ogni volta, nel sole malato giallo esausto di un agosto esasto, giallo, malato.
La carne, arrotolata malamente intorno alle ossa, mascherava la precisione dei movimenti, sbavava le imperfezioni, mi faceva incomprensibile a me stesso.
Un caldo bestiale. Aria rovente, immobile, umida.
Ogni tentativo di ordinare i necessari microspasmi di umanità, i movimenti sottili, naufragava in una spossatezza dolcissima, narcotica.
Non Immobile come un santo buddha perfetto a cinquemila metri, con le gambe intrecciate ed il sorrisetto vacuo.
Inerte, piuttosto.
Abbandonato allo sciaguattante andirivieni semicoscente del cervello rettile.
Come chi steso sul pavimento appoggi a terra l'orecchio per auscultare la cantina allagata.
Ecco, così stavo.
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