7.12.11

MicroSpasmi

#Oppressione

Fallire. Necessariamente fallire.
Come chiusi in una cazzo di castrante claustrofobia.
Ma se ne uscissimo, io e te, lasceremmo nella trappola più che pelle e sangue, più che unghie e ossa.
(Se ne uscissimo, canticchiando stolidi, sarebbe tutto inutile.
Nudi come il peccato, senza riuscire a trovare nel mondo una montagna che sia solo una montagna, un fiume che non sia che un fiume.
Perduti)
Come chiusi in una cazzo di castrante claustrofobia.
(Tuttavia il come non è il cosa, e le analogie portano solo fino ad un certo punto.)
Non ne abbiamo mai avuto il diritto, persino lambiccarsi a trovare un modo è tradimento.
Così accade che gli evasi siano euforici solo per un po', e alla prima occasione spacchino vetrine.
Segretamente incapaci di liberarsi, segretamente oppressi ed indifesi.
Destati ogni mattina dalle urla del Micco interiore, incapaci a sera di prendere sonno, esausti sempre.
Il desiderio che cresce di essere ancora e sempre: chiusi.
Come se fosse in una cazzo di castrante cassa da morto, claustrofobia cieca, riposo.
La nostra galera ha fretta, e non ci da tregua.
Il dover fallire necessariamente.
Il non aver fallito, ancora.

#soluzione

Anche se per ipotesi chiudessi il mio fratellino più saggio nella gabbia delle iguane, il suo sangue sarebbe il più freddo, odorerebbe di buono. Chè non si possono impedire i coaguli, la sensazione di oppressione va e viene.
Alzate di spalle sincroniche fanno un onda tsunamica di indifferenza-consapevolezza inattiva. Tale da travolgere il Sistema Dinamico a furia di Semplice Sonno.

E poi, vabbè, si vedrà.

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