un po' più degno di esistere di prima, mi rimetto a cercare una via per tirarmi fuori da una sottile depressione, che si agita nelle mie viscere in fiumi sottopelle di adrenalina, lampi di dolore e conati di vomito; il carosello infinito del Samsara, insomma, e qualche riflessione sulla meschinità dell'umano.
il mestiere di morire di noia mi affascina, come l'eutanasia dell'uniformità, e la morte da baricentro. grido "evviva", e giuro sullo stige che non mi avranno mai, sporchi, insensati e tronfi, fino a quando non crollerà il cielo, e cadranno sibilando le stelle.
pace, amore, anarchia.
a presto, cari drughi.
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