Esclamatorio, trionfale.
C'è un uomo su un palco dipinto di bianco.
Il palco, non l'uomo.
C'e un uomo su un che urla molto, stringe e afferra l'aria in sbracciamenti entusiastici.
L'uomo, ma il palco anche, un po'.
Il biondo passa fischiettando, con la barba lunga a coprire le vergogne, fischiettando un ragtime.
Io, incavicchiato alla cubana su un gradino, cappello sugli occhi e pensieri lenti, da invertebrato, osservo tutto come pupilla immobile dell'eternità.
E mi gratto, da posizione preferenzziale.
Sommesso e subdolo.
James bond alle casse spia, profumo di sudamerica, sguardo da deserto dei gobi. Nella piazza, cicale isteriche mimetizzate fra le pietre rosse.
Qualche geek con gli occhialoni urla andando a fuoco, ma noi, io e te, sappiamo che il cyberpunk è diventato un adesso ed è morto. Quindi fingiamo che non esista.
Così, smette di urlare, e si chiude in un angolino e conta le potenze del due mentre va in cenere.
Intanto, l'uomo sul palco continua, strizza immaginarie roccaforti, condanna col dito una vespa, tuona e rimbrodda, suade e interroga, implacabile.
Ma noi, io e te, sappiamo che mente.
Così il biondo tira fuori un sasso lucido, digrigna i denti e solleva le sopracciglia, sparandolo in avanti. Spalla gomito e polso a molla, in tutta fluidità fanno un uomo a forma di fionda.
Così le cicale tacciono, e l'uomo sul palco pure.
Così il giorno finisce.
E finalmente, ubriaco di sole, torno a casa.
ma noi, io e te, ce lo stiamo ancora chiedendo dove sia.
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