3.10.09

Julien

Julien aveva un modo tutto suo.

Usciva con gli altri, la sera, quando il sole era già andato giù, scambiava occhiate di complicità che però non riusciva mai a portare a termine.

Un decimo di secondo prima che la sua espressione risultasse cordiale, onesta, empatica, il sorriso gli si stiracchiava in una smorfia di dolore, o forse schifo, o forse amarezza.

Un ombra, un nulla. Come il retrogusto di merda dopo un boccale di vino molto scadente alla goccia
(che poi ti rimane anche il segno scuro dove le gocce rimaste sulle labbra si asciugano, e sembra sangue rappreso)

Julien si metteva quasi la giacca giusta. Julien camminava un po' sciolto e un po' teso.

Si innamorava di ragazze dagli occhi chiari, ma soprattutto di quelle che non capiva. Come un cercatore di perle. Sbadigliando vistosamente di fronte alla semplicità dell'attrazione mentre gli altri si stringevano nelle spalle (cercando un buco senza troppe paranoie intorno, per sfogarsi).

Julien beveva come un assassino. Si fermava solo quando tutto il resto era sbiadito, traslucido, falso. Quando la risacca del sangue contro le tempie gli toglieva i rumori del mondo d'intorno.
(Julien, l'anacoico)

Julien tornava a casa da solo sempre. Prima, o dopo.
In realtà, cavalcava la compagnia come un surfista, succhiando un po' di slancio dall'adrenalina collettiva, per buttarsi al di là del muro, in un alienazione profondissima.

Julien non andava in giro per divertirsi. Nè ci andava per scopare, o per la compagnia. Non per rilassarsi.

Ci teneva a rischiare la vita.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Mi piacerebbe conoscerlo.Julien,intendo.