2.11.09

Look Around

Quando è entrato nell'esercito, gli hanno rasato i capelli.

Lui se ne stava in una stanza con le pareti verde acqua, le brande di metallo inchiodate, gli armadi di metallo alti e stretti.
La camicia era tagliata male, e se ne stava rigida, rifiutando di obbedire alle curve della carne, colpevolizzandole di inamidata moralità.
Lamoor se ne stava dunque seduto sul letto, nella camerata vuota, e si accarezzava il cranio nudo con la punta delle dita.

Quello che riusciva a sentire distintamente, al netto degli strati di fastidio, sorpresa, distrazione, era un qualche strano e doloroso senso di purezza.

Come se le idee, i segni, i posti, i movimenti e gli amuleti disposti accuratamente a disegnare il senso del passato, la traccia di un futuro fossero evaporati ad un tratto.
Alcuni, strappati via.
I capelli sul pavimento, quegli stessi che lei si era portata alla bocca, e aveva annusato.
Altri, dimenticati, lentamente. Resi falsi dall'aria nuova.
Come squallidi giocattoli di un altro mondo.

Ed eccolo dunque, il giovane Lamoor, che si sente svanire come uno sputo nel lago.
Che si perde.
Che accarezza con la punta delle dita la pelle nuda del cranio, che si aggiusta la camicia intorno al collo.

Assapora il vuoto, l'avventura, il distacco. Niente più radici, niente più sangue.
Ora il suo spirito è muto, rarefatto, ubriaco di orizzonti.

Chiudi gli occhi, Lamoor. Non andare più.
Resta nulla.
Fermati, prima che l'altrove diventi un altro "quì".

Eccolo, il giovane Lamoor, nella camerata vuota.
E' solo, è nuovo, è vuoto.

Ancora.

Per poco.

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