14.2.15

Seconda faccia

Te l'avevo detto chiaramente "non ti avvicinare, se ti avvicini ti morderò".
E invece nulla: sei venuto vicino e sono stato costretto a mordere.

Non ce l'ho con te, è così che sono fatto. Sono un animale vorace, e solo per un accidente imprevedibile ho l'introspezione e la lucidità di avvisarti in anticipo. La stessa lucidità che mi permette, adesso, di prendermi la responsabilità.

Chiedere scusa sarebbe inutile, con lo stomaco ormai pieno e il muso impiastricciato di melma schiumosa che una volta eri tu. Ma te lo dico lo stesso: scusa. Non controllo le mie reazioni più di quanto non controlli le azioni, la tenerezza e il senso di colpa mi dominano esattamente come la sete di sangue.

Oscillo, e non possiedo per me stesso che un attimo intermedio di melanconica accettazione. Responsabilità: la coscienza che sono io, proprio io, lo stesso, per tutta l'estensione contraddittoria dell'essere dall'omicidio al lutto. E se non ci fosse quell'istante, quell'istante solo che poi è questo forse nessuno dei due estremi potrebbe esistere.

Ti sei fatto ingannare, Le parole con le quali ti avvertivo sembravano incompatibili con le azioni tremende che pure annunciavano. Se fossi rimasto zitto, avresti visto le zanne ed avuto paura, forse. Era una trappola la mia stessa sincerità. Quelli come mettono la ferocia al servizio della compassione, e la compassione al servizio della ferocia.

E solo fra l'una e l'altra, nel doloroso istante di giunzione ne sono consapevoli.

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