22.9.08

Chagal reloaded

centocinquanta metri di buco nell'aria dritto come il destino, e creste concentriche d'impatto.

Oppure, giardini in piena luce, odore di mollezza esageratamente dolce, come un fiore che marcisce.

Oppure, tintinnare di piatti, candele rosse, tele olandesi profonde e crudeli che occhieggiano dalle pareti.

Il problema non si pone da se, e comunque ci vogliono anni a capire che è solo un' idea bizzarra passata sottomano nel primo discorso del primo veggente e mai distrutta.
Originale come il peccato, trasmessa nel sangue di madre in figlia.

A riderne ti si spaccano i denti, ti trema la voce, e i tendini schioccano come corde del violino in cui sia entrato un sorcio.

cioè... stavo pensando... inizio con tre immagini istantanee, montate senza filo apparente, che nella mia mente stendono le loro connessioni attraverso Forsyth ed il suo personaggio, il posto dove ho passato l'ultima notte di sonno ed i sogni che ho fatto appena prima di svegliarmi.
Poi, creata questa atmosfera un po' rarefatta e sospesa, parlo dell'Errore fondamentale senza nominarlo, dando per scontato l'enunciato... Come quando nei sutra è scritto "Ed un raggio di luce illuminò tremila campi ad oriente", e non significa nulla... ma proprio per questo è geniale, perchè non c'è modo di descrivere l'illuminazione se non attraverso la fenomenologia poetica dell'illuminato. In parole povere, certe rivelazioni, capisci, non possono essere raccontate "da dentro" perchè "dentro" sono scomparse le parole necessarie a dire il mondo, non servono più, tutto è ed è incommensurabile, incorruttibile, eterno al di là del racconto. E proprio questo è il punto fondamentale dell'illuminazione.
Infine, mi ripeto, con parole che ancora una volta mettono in guardia.
Capisci? Se guardi Dio diventi cenere, o ti esplodono gli occhi. Se guardando la vita e la morte, l'angoscia e lo stupore, RIDI, devi avere la forza di spazzare via le tue stesse radici, ciò che ha mosso e muove i passi nello spirito di chi ti sta a cuore. E devi farlo senza boria, senza ribellione, senza allegria. Devi strappare da te ciò che hai di più caro, e morire un poco per volta.
Stirner direbbe che dopo la critica radicale resta l'individuo, padrone di se assolutamente e libero, non più condizionato, io dico che se nulla ti possiede, se nulla sei pronto a difendere scompari, non possiedi più nulla.
Devi quindi essere mortalmente triste, quando ti avvicini alla salvezza. Devi rinunciare al raccontare, all'amore, alla scelta, vederne la nullità, e ridere di un riso che nessun mortale può osare senza snaturarsi.


[mi sono deciso a scrivere un commento a me stesso, dopo mesi e mesi di incomprensibilità, e settimane di assenza. Mi auguro serva.]


Legba. Più o Meno.

3 commenti:

incostanza ha detto...

ehi, era un pezzo che non passavo di qui, forse più di un anno, e finalmente sono riuscita a linkarti. (operazione di cui non ero capace fino a qualche tempo fa). complimenti per il post que c'est génial e forse un po' troppo profondo per la facoltà di filosofia. hasta luego

Anonimo ha detto...

Si, pensavo lo stesso. Più o meno.
Nel senso che l'incommensurabilità di certi concetti che ti scoppiano nella testa ti impedisce di qualificarli e rimangono voracemente attaccati alla punta della lingua.
Ma questo forse non c'entra niente. O c'entra davvero.
Nel senso che tu parli di finitudine prima dell'infinito, come una misura che l'uomo assume in quanto conscio di non poter arrivare fino in fondo. Come un corpo che sa cosa accade dopo 300.000 km al secondo e per questo sceglie più o meno consciamente di essere atomico.
Ma forse è un pensiero triste. O estremamente realista.
O forse è il risultato dell'aver capito che il prezzo della libertà è la schiavitù, il prezzo della verità la menzogna, il prezzo dell'essere, il nulla.
Ma sono pensieri liberi, troppo.

Anonimo ha detto...

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