Per giocare inventavo giochi: inventare giochi è umano.
Gli esseri umani giocano molto. Giocano per liberarsi dai pruriti, giocano alla guerra. Gli esseri umani giocano, perchè i giochi hanno regole, e le regole sistemano tutto.
Le regole ti dicono dove sei e perchè, delimitano l'esplosione delle possibilità, le numerano.
I giocatori migliori sono quelli che sanno moltiplicare le situazioni, quelli a cui non sfugge niente.
I giocatori che alla fine vincono, sono quelli che non rimangono a pensarci su. Quelli che in mezzo alla pluralità scomposta individuano a tempo il proprio specifico corso d'azione.
E compiono: una mossa.
Quando ero un ragazzino giocavo. Inventavo giochi.
Le cose, intorno, erano divise in parti commutabili secondo una regola precisa. Da qualche parte, sapevo esserci una sorta di gioco illimitabile capace di coincidere con la realtà complessa ed una.
Una regola del gioco era: se cominci a giocare, prima o poi perdi.
A pensarci, in realtà, da ragazzino il gioco mi faceva una fottuta paura.
Nel considerare come delle regole esistessero sul serio, e volenti o nolenti saremmo stati (tutti noi, ma anche tutti i possibili me-a-venire) misurati, schiacciati sulle frequenze del vincere e perdere, un senso di vuoto e cieca ingiustizia mi coglieva. Il desiderio di remissione e catarsi via ossa rotte. Un qualche eroico sparire.
Da ragazzino, inventavo giochi per non essere costretto. Capire le regole equivaleva forse ad evaderle. Illuso che fra le due cose una correlazione esistesse davvero. Che cogliere e distruggere fossero alla fine la stessa cosa, che fra le mani mi sarebbe rimasta alla lunga una polvere impalpabile, incapace di ridurmi all' istante critico, alla fine del gioco.
Col tempo, non sono diventato più furbo. Ho speso il mio tempo nell'abbrutimento, nell'osservazione di realtà ottuse. Sono stato inefficente, umano. Ho giocato innumerevoli giochi imposti dall'esterno, provando a rimanere fuori-centro, a manifestare ovunque un'eccedenza. Sopravvivermi.
Come quando adesso mi chiedono che me ne farò di un titolo di studio. Come quando i progetti collassano. Come quando abbandono un blog per sopravvenuta maturità, e poi torno a scrivere queste righe scomposte, balbettanti.
Le stampelle si moltiplicano, la strada non si fa più corta. Alla fine, avrò tanti puntelli da non potermi muovere. E sarò l'ennesimo immobile segnaposto.
Allora forse verrai, e conterai i punti.
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