9.11.07

giù, e poi giù, e più in fondo ancora

una volta credevo nella sequela ininterrotta di visioni, nel perpetuo stato di grazia, nella luce sulfurea della cosa-in-se, che cola come miele dalle pieghe della realtà, in momenti di inenarrabile bellezza, al crepuscolo.
come ogni uomo che abbia un credo, passavo il tempo a cogliere boccioli di pensiero, e stralci di saggezza, per abbellire il mio castello, e passeggiavo per i suoi ampi saloni, e pasteggiavo a nettare e ambrosia, in brocche di cristallo adamantino.
poi, uno stronzo con cappello alla guiscarda ed enormi rayban mi ha chiuso nella sua soffitta, ed ho passato duecentosedici giorni a tremare di paura della mia ombra, mente dolorosamente l'anima mia si dilatava di silenzi e solitudine, sognando il rumore di passi sull'acciottolato, sognando voci di vecchio fra le fessure dell'impiantito. duecentosedici giorni, cinquemilacentoottantaquattro ore passate a respirare una soluzione allucinogena di ossigeno e vapori di mescal.
quando la storia fu finita, ero talmente nauseato delle profondità del mio io da desiderare la morte come la più pura delle liberazioni.
inutile dire come ciò distrusse ogni mia illusione, e mi tolse la forza di farmene delle altre: tuttora cammino sospettoso, ed esito un attimo prima di svoltare gli angoli, nel timore che possa di nuovo allungarsi dietro/dentro ogni lampione un irresistibile baratro di follia, dal quale potrei non tornare.

Legba: sapiente combinatore di scleri e narrativa.

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