Ieri ho ritrovato una fotografia del mio diciottesimo anno di vita.
Poi, piantato davanti allo specchio, ho cercato di me quel che resta.
La barba è lunga, lunghi i capelli. Ossa più dure, meno carne addosso.
I giorni hanno lasciano tracce.
Sedimenti, dimenticanze.
Gli occhi più limpidi, ma non affilati altrettanto.
Preso dall'ansia, boccheggiando, mi sono lanciato fuori fiutando l'aria. Dove, come e quando è andata perduta, l'adorevole splendida arroganza che muoveva la penna? In quale strano buco è rotolato, il talento veloce, bestiale?
Poi, lentamente, tutto è tornato da se.
Per strada, ho ricordato un modo di camminare, Nel Pub ho ricordato le prime scorribande alcoliche, lo stupore splendido della distorsione che insegna al pivello il ritmo molle dell'alcool.
Nel parco ho ricordato parole e sassi e alberi, mattine lucide e posti, e corpi odorosi di salvezza.
Mi sono scottato le labbra con la verità, stringendo il cranio di un altro uomo per versargliela nelle viscere, come una volta.
Ed ora, circondato dal fumo liquido, odoroso, di una bionda sigaretta gallica, credo che tutto sia scivolato al suo posto, click click click di rotelle d'ottone oliate nello splendore.
Alcune cose cambiano, ho scoperto, Le ferite non sanguinano per sempre.
"Io" è una parola inutile, vuota a descrivere il fluido scorrere di una libertà in se stessa.
Ma le cicatrici rimangono sotto la pelle, mentre il giunco mette su scorza e affonda più dentro le radici
E allora, di nuovo:
Il sasso è tratto, si allarghi l'onda.
Legba. E tu no.
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1 commento:
no IO sì. e comunque sembra quasi che tu voglia dire che tutti si cresca. volenti o nolenti. sei un po' come peter pan (ohoh), insomma. cioè, non puoi fare il pivello per sempre, perchè non ci sta più.
tocca che ti trovi un altra faccia.
ps posso fare trilli???
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