27.1.10

Davvero

Le persone sono pulviscolo e ruolo.
Prendi un qualunque flusso di coscienza mutevole, inconsistente, e dagli un nome.
Risulta ovvia al più stupido dei trolleggianti stronzi che sappiano muoversi appena un po' attraverso il flash l'assurdità della situazione.
Da una parte c'è responsabilità e bolle di ego, temperature emozionali e strane alchimie instabili, dall'altro un teatrino semiordinato di archetipi in danza.

Di fatto, se fra un respiro e l'altro si apre un abisso, tuffati.
Cadendo ti coglierà, indistinguibile dal sibilo dell'aria sfilacciata, un nuovo sguardo sul mondo.

Detto questo, passando alle cose serie:

Camminavo con le mani in tasca, e ascoltavo un ritornello in loop, qualcosa in stile Lobotomy Pop, adatto allo scenario, da stridere con la pietra vecchia.
Ragionavo fra me e me, a tratti alzando la voce.
Mi facevo domande, e poi ci sputavo sopra.
Preso, non mi accorsi che un giovane roso dal dubbio mi passava davanti, fragandomene non colsi i suoi timori.
Preso, ignorai l'amore come l'odio, nei passanti.
Preso, ero indifferente alle pietre. Non mi stupivo del loro restare immobili.

Sentivo freddo. C'era un vento secco e ruvido, da scorticare e rodere.
E non mi avanzava tempo per tutto il resto.

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