Giocavamo un gioco complesso.
Lanciando piccole pietre, accovacciati in cerchio, osservavamo figure nascere dal contrarsi delle possibilità. Ogni volta, imploso il cinetismo in figura, ognuno urlava un po'. Frasi, perlopiù, a volte sconnesse.
Grida rauche. Sussurri. Battimani.
Facevamo vibrare l'aria di senso.
Era tac-tac-tac sul pavimento liscio, le pietre rimbalzavano e scivolavano. Alcune erano farinose, lasciavano tracce bianche disgregandosi come gesso, altre trasparenti come vetro e dal suono argentino. C'erano pietre bislunghe, pietre molto pesanti, pietre affilata, pietre tonde.
-Parlare di vuoto alle tre del mattino!
-La terza volta!
-Gatto di schiuma!
-Pugni sul grugno del caporale!
Al margine, una nutrita schiera di osservatori si ripetevano gli uni con gli altri le nostre parole, prendevano nota.
Poi, quasi immediatamente, le pietre venivano raccolte, spostate, calciate, gettate di nuovo.
Il gioco si faceva vorticoso, quasi non si aspettava più che fosse immobile il quadro per leggerlo. Sputavamo addosso al momento che viene i nostri balbettii dilatati, i nostri nodi, le nostre reti.
Nessuno in fondo conosceva le regole della contesa.
Ne ignoravamo leggi e meccaniche.
Per giorni, fu una lotta di resistenza, un duello di àuguri selvatici.
Poi il biondo che passava di là ne prese una, una grossa perla nera, e se la ficco dritto in gola con due dita.
Dopo averla ingoiata, sorrise.
Solo allora il gioco si interruppe.
E il mondo finì.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
2 commenti:
fa come vuoi ma la foto in testa è troppo grande.
la vecchiaia ti fa cieco.
la cecità, saggio.
no no. il formato è perfetto. e il soggetto è il negozio di una mia amica. ma non ripeterò come si chiama per non togliere poesia alla foto.
Posta un commento